AMBIENTE
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AUDIZIONE IV COMMISSIONE REGIONE CAMPANIA
Cari amici come preannunciato questa mattina siamo stati in audizione alla IV Commissione regionale per discutere di un disegno di legge che proroga le vecchie autorizzazioni anche già scadute fino al 30 giugno 2010, Abbiamo presentato e discusso un emendamento al ddl che si accompagna ad una relazione esplicativa. In effetti alcuni consiglieri regionali Antonio Scala, Gennaro Oliviero, Paolo Romano, Angelo Polverino, Buono Stefano ect.. hanno presentato un emendamento attraverso il quale si chiede che la data indicata nel ddl sia una scadenza perentoria alle attività di cava. alla riunione erano presenti i rappresentanti sindacali e L'ingegenre Gennaro Moccia e Ferrigno(rispettivamente proprietario e tecnico della ditta cementi moccia spa) in veste di rappresentanti dell'unione industriali. il ddl ha avuto l'approvazione dei sindacati e degli industriali, ma è cosa scontata. Le rappresentanze sindacali difendono in particolar modo le attività del beneventano. A dare man forte ai Comitati civici il consigliere Polverino che è intervenuto alle parole dell'ing. Ferrigno della ditta Moccia presentatosi in veste di rappresentante dell'unione industriali. Alfonso Pirone ha rappresentanto la Provincia di Caserta. Domani forse ci sarà il parere della Commissione e successivamente il disegno di legge passa alla ratifica del consiglio regionale....Cordiali Saluti G. Maietta
Allego emendamento e relazione esplicativa dei comitati...

All’assessore regionale ai Lavori Pubblici
Al Presidente della IV commissione consiliare permanente
Al Presidente del consiglio regionale della Campania
Oggetto :Proposta di modifica del disegno di legge “Norma urgente di prosecuzione delle attività estrattive”
Il disegno di legge “Norma urgente in materia di prosecuzione delle attività estrattive” all’art. unico recita: nelle more della completa attuazione del Piano regionale delle attività estrattive (PRAE), gli esercizi di cava a qualunque titolo regolarmente autorizzati ai sensi della legge regionale 13 dicembre 1985, n. 54 e qualunque, sia la data di scadenza prevista nell’autorizzazione, se anteriore, possono proseguire l’attività fino al 30 giugno 2010, anche ai fini della ricomposizione ambientale. La prosecuzione deve avvenire, in coerenza con gli obiettivi del PRAE, nel rispetto delle leggi e dei progetti approvati”
Si chiede di modificare per le cave che ricadono nel territorio casertano sostituendo: possono proseguire l’attività fino al 30 giugno 2010, anche ai fini della ricomposizione ambientale… con: possono proseguire l’attività fino al 30 giugno 2010 esclusivamente ai fini della ricomposizione ambientale per la dismissione e/o delocalizzazione degli impianti estrattivi…
Presidente Comitato Parco Cerasola- Centurano Giovanna Maietta
Presidente Comitato San Clemente Giovanni Murgia
Aderiscono: COASCA (Coordinamento associazioni casertane), Associazione Civitas casertana, Associazione Terra Nostra, LEGAMBIENTE Caserta, WWF Caserta
Si allega relazione esplicativa alla richiesta di modifica.
Oggetto: Relazione esplicativa alla proposta di modifica del ddl “ Norma urgente di prosecuzione alle attività estrattive”
Rilevato che: Il disegno di Legge in oggetto non si sostituisce al piano regionale delle attività estrattive ma viene redatto nelle more del PRAE e in coerenza con gli obiettivi del PRAE.
Premesso che: Le cave di Caserta, 61022/01, 61022/02, 61022/03, 61022/04, 61022/05, 61022//15, 61022/16, 61022/18, 61022/19, rispettivamente situate in località Santa Lucia, San Clemente, Santa Rosalia, Pioppi, Sovrapioppi, Santa Lucia, Santa Lucia, Provine Pioppi, Sovrapioppi, risultano ai sensi dell’art. 28 delle n.d.a. del PRAE classificate in zona altamente critica per le quali è prevista la dismissione controllata dell’attività estrattiva e gli interventi necessari per la riqualificazione ambientale.
Premesso che: Dopo l’inchiesta della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere denominata “Operazione Olimpo”, che portò al sequestro nel 2003 di sette cave, la Regione revocò le autorizzazioni alle ditte Iuliano, Antonucci e D’agostino.
Premesso che: Le ditte Luigi Luserta, Cementi Moccia spa e Fran.ca spa tra i titolari delle cave rientranti nella zac, presentavano successivamente all’approvazione del PRAE i piani di dismissione e che a conclusione della conferenza di servizi non furono approvati dal dirigente provinciale del genio civile di Caserta a causa di prescrizioni degli enti chiamati a dare parere vincolante, tra cui l’autorità di bacino.
Premesso che: i termini di dismissione da attuarsi attraverso recupero e ricomposizione ambientale si prevedevano in 24 mesi dalla data di entrata in vigore del PRAE, prorogabili per non più di tre anni.
Rilevato che: le caratteristiche e gli elementi evidenziati all’art. 28 delle n.d.a del PRAE si riscontrano allo status quo nell’area dei colli casertani e che la generica e generalizzata proroga alle attività estrattive, cosi come nell’art. unico del ddl in oggetto andrebbe a compromettere ulteriormente l’assetto di un territorio già devastato.
Ritenuto che: la coerenza con gli obiettivi del PRAE dovrebbe comportare una diversa legislazione in merito alle cave ricadenti nella zona altamente critica, norma che imponga un termine di scadenza perentorio e inderogabile per la dismissione degli impianti estrattivi
Considerato che: la città di Caserta si prepara ad accogliere il nuovo Policlinico attualmente in avanzata costruzione, per l’apertura del quale è obbligatoria la VAS. Allo stato attuale se venisse effettuata tale valutazione ne conseguirebbe l’impossibilità di rendere funzionale tale struttura per incompatibilità con le attività di cava e cementifici.
Ritenuto che: gli obiettivi del PRAE nel caso specifico erano diretti a porre rimedio ad una attività estrattiva non regolamentata e svolta spesso in maniera abusiva (cfr Decreti di revoca delle autorizzazioni), ma prevalentemente miravano a ripristinare condizioni ottimali di vivibilità e sostenibilità ambientale venuti a mancare a causa della eccessiva e diffusa attività estrattiva ristretta a un ambito territoriale circoscritto in cui insiste la più alta concentrazione di cave e due cementifici su tre di tutta la regione Campania.
Tutto quanto esposto si propone ai consiglieri componenti della IV commissione permanente la modifica di riferimento alla suddetta relazione.
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Napoli, 3 ottobre 2008
Prot.n._486 / IVC
Ai Consiglieri componenti della IV Commissione consiliare permanente
All’Assessore regionale ai Lavori Pubblici
Ai Presidenti delle Province di :
NAPOLI, AVELLINO, BENEVENTO, CASERTA,
SALERNO
Ai Presidenti delle Unioni Industriali di :
NAPOLI, AVELLINO, BENEVENTO, CASERTA, SALERNO
Alle Organizzazioni Sindacali Regionali :
CGIL, CISL, UIL, UGL
Ai Presidenti dei Comitati civici:
Parco Cerasola-Centurano
Parco di San Clemente (Caserta)
e p.c. Al Presidente del Consiglio regionale della Campania
Al Presidente della Giunta Regionale
All’Assessore regionale ai Rapporti con il Consiglio
Ai Presidenti dei Gruppi Consiliari
Al Segretario Generale
LORO SEDI
Oggetto: Audizione IV Commissione del 7 ottobre 2008.
· Disegno di legge “ Norma urgente di prosecuzione delle attività estrattive. Reg.Gen. 361.
· Proposta di legge: Integrazione alla legge regionale 30 gennaio 2008, n. 1.
Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della regione Campania – legge finanziaria 2008. Reg.Gen. 368.
Si comunica che la IV commissione consiliare, nella seduta del 2 ottobre 2008, ha deciso di svolgere un’audizione sull’argomento di cui all’oggetto martedì 7 ottobre 2008 alle ore 10.30, presso la sala riunioni sita al primo piano della sede del Consiglio regionale della Campania, Centro direzionale di Napoli, isola f/13 .
le SS.VV. sono, pertanto, invitate a partecipare.
Pasquale SOMMESE
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Cava (effetto Meteorite) Cementificio (Pm10) Cava (riqualificazione raso terra)



Al Presidente del Consiglio Regionale
Al presidente della IV Commissione Regionale
A tutti i componenti della IV Commissione Regionale
Oggetto: Richiesta di audizione
I sottoscritti rappresentanti dei Comitati civici di Parco Cerasola-Centurano e di San Clemente (Caserta) chiedono di essere ascoltati in sede di riunione della IV Commissione per il D.D.L “norma urgente in materia di prosecuzione delle attività estrattive” approvato già con deliberazione di giunta regionale N. Ddl.1163.
Comitato Parco Cerasola-Centurano Il Presidente Giovanna Maietta
Comitato San Clemente Il Presidente Giovanni Murgia
comitato_centurano@email.it g.maietta@alice.it;
Comitati San Clemente-Centurano-Cerasola
Tel 3338619118 e-mail: comitato_centurano@alice.it
Al Sindaco di Caserta, Al Presidente del Consiglio comunale, A tutti i consiglieri comunali
Oggetto: Cave e Cementifici
Illustrissimo sindaco e presidente del consiglio ed egregi consiglieri comunali, come tutti voi saprete a Caserta ci sono le cave e i cementifici. Le cave di Caserta tra le altre cose stanno a significare come è sotto gli occhi di tutti, pezzi di montagna mancanti e voragini. I cementifici di Caserta e Maddaloni, due su tre dell’intera regione Campania, industrie insalubri di prima categoria, sono impianti obsoleti che lavorano senza gli adeguamenti previsti a garantire la tutela dell’ambiente e della salute pubblica, uno tra questi le obbligatorie centraline di rilevamento delle pm10, in condizione di rilevare tali pericolosi polveri che penetrano nei bronchi di tutti i casertani. E’ d’obbligo che questo Comitato e i sottoscritti cittadini si rivolgono ai propri amministratori per far fronte a una delle problematiche che attanaglia il nostro territorio, come è d’obbligo per voi amministratori farvi carico di quelle responsabilità finora assunte dalla Magistratura sammaritana che aveva posto un freno agli abusi commessi sui colli Tifatini. Ebbene come tutti voi avranno appreso la giustizia ci ha abbandonati inaspettatamente e nel momento in cui c’è un forte bisogno di legalità. Il processo cave ha visto amministrazioni e cittadini schierati come parte civile contro uno scempio dimostrato ma allo stato attuale privo di responsabili. Un percorso giuridico uniforme fino al pronunciamento del GUP. L’altro aspetto legato alla problematica cave e cementifici di maggiore rilevanza è quello amministrativo con il coinvolgimenti degli enti demandati al rilascio delle concessioni e al controllo delle attività estrattive. La Regione anche attraverso l’esecutivo e gli organismi di settore , quali genio civile ed Arpac è l’ente che ha il potere decisionale in riferimento al destino di queste attività . Il 4 Luglio scorso la giunta regionale con delibera n. 1163 ha approvato un disegno di legge che all’art. unico espone quanto segue: 1 “Nelle more della completa attuazione del Piano regionale delle attività estrattive (PRAE), gli esercizi di cava a qualunque titolo regolarmente autorizzati ai sensi della legge regionale 13 dicembre 1985, n. 54 e qualunque sia la data di scadenza prevista nell’autorizzazione, se anteriore, possono proseguire l’attività fino al 30 giugno 2010, anche ai fini della ricomposizione ambientale. La prosecuzione deve avvenire, in coerenza con gli obiettivi del PRAE, nel rispetto dei progetti approvati”. Il disegno di legge per entrare in vigore richiede la ratifica del consiglio regionale. L’approvazione dell’esecutivo regionale in relazione alle cave che interessano il territorio casertano andrebbe a prorogare fino al 30 giugno 2010 le vecchie autorizzazioni già scadute un anno fa. E in merito ai dissequestri è nostra convinzione che essi non vanno intesi come lasciapassare per continuare a cavare. Con il buon senso che caratterizza il buon amministratore riteniamo che sia doveroso da parte del consiglio comunale che si pronunci sulla destinazione delle aree di cava che risultano classificate altamente critiche. Riteniamo che l’organo di rappresentanza della città debba pronunciarsi per la dismissione e delocalizzazione di cave e annessi stabilimenti che sicuramente rappresentano l’ostacolo all’apertura del policlinico. Riteniamo che il consiglio comunale quale espressione della volontà cittadina debba proiettarsi alla Regione che dovrebbe imporre un termine di scadenza ultimo e perentorio per la dismissione e delocalizzazione di cave e cementifici che operano tra Caserta e Maddaloni. Fiduciosi di un riscontro che possa intendersi nella convocazione o richiesta di convocazione di un consiglio comunale su cave e cementifici, cordiali saluti.
1 Ottobre 2008
Comitato Parco Cerasola – Centurano Presidente Giovanna Maietta
Comitato di San Clemente Presidente Giovanni Murgia
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A tutti i Consiglieri Regionali
E p.c. Alla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (CE) e di NAPOLI
Illustri Onorevoli, tra qualche giorno sarete chiamati a votare un disegno di legge già approvato dalla giunta regionale. Il disegno di legge approvato con delibera di giunta n.1163 del 4 Luglio 2008 è definito “norma urgente in materia di prosecuzione delle attività estrattive”.
Con questa norma la Regione proroga fino alla data 30 giugno 2010 tutte le autorizzazioni scadute anteriormente ad oggi e rilasciate ai sensi della L.R. 54/85. Le autorizzazioni a cui si fa riferimento e rilasciate alle ditte Cementi Moccia spa, Cementir italia srl, società Fran.ca spa, che operano maggiormente nei comuni di Caserta e Maddaloni dove sono allocati anche gli annessi cementifici, sono scadute nel marzo del 2007. Ebbene nonostante tale perentoria scadenza e l’improrogabilità delle suddette autorizzazioni, per oltre un anno la Regione ha concesso la prosecuzione di un attività estrattiva mediante atti interni che non potevano assolutamente derogare a un regolamento, quale è il PRAE (piano regionale attività estrattive).
In virtù di quanto previsto all’art. 28 delle n.d.a. del PRAE l’area in cui ricadono le cave delle su citate ditte è classificata ZAC (zona altamente critica) per l’alta concentrazione di giacimenti sfruttati oltre l’autorizzabile e in maniera abusiva ( inchiesta della Procura della Repubblica di S. Maria C.V. denominata “Operazione Olimpo”). Nel rispetto di tale e appropriata classificazione, i cavaioli avrebbero dovuto dismettere l’attività estrattiva tra il 2009 e il 2010, data che rappresenta la scadenza a un termine concesso per effettuare la mancata riqualificazione ambientale propedeutica ad un parziale risanamento dello scempio consumato sui colli casertani. Tutto questo non si è verificato sia per la pretestuosa impossibilità di questi imprenditori a delocalizzarsi, sia per un inerzia dell’ ente Regione all’applicazione della norma.
Un operato quello degli uffici regionali che si contraddistingue per le numerose contraddizione ma soprattutto diretto a privilegiare un’ attività imprenditoriale finalizzata al pieno profitto di privati e in danno alla collettività. Le ditte Moccia e Cementir svolgono l’attività di cava e cementizia nel pieno centro abitato, gli stabilimenti fiancheggiano le abitazioni. I cementifici ai sensi dell’art.217 del testo unico delle leggi sanitarie sono definiti industrie insalubri di prima categoria. Gli opifici a cui si fa riferimento lavorano praticamente in assenza di filtri e di tutti quei vincoli indispensabili per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.
Se il consiglio regionale dovesse convalidare il disegno di legge già approvato dalla giunta si andrebbe a legittimare una’attività che se fosse delocalizzata non potrebbe svolgersi in questo modo altrimenti illegittima e che è di per se illegittima sia perché attualmente svolta senza alcuna autorizzazione sia per l’inidoneità degli impianti, nonché per la mancata manutenzione e assenza di centraline per la misurazione del tasso di inquinamento. E allora perché non deliberare per la delocalizzazione entro il 2010 piuttosto che per la prosecuzione?
Il consiglio regionale se dovesse confermare il deliberato di giunta andrebbe a prorogare vecchie autorizzazioni già scadute, legittimando retroattivamente una attività svolta in questo ultimo anno in maniera illegittima. Per quale motivo gli assessori regionali non hanno ritenuto di rilasciare nuove autorizzazioni visto che le proroghe tendono a raddoppiare i termini di scadenza previsti? Può il consiglio regionale approvare una legge che proroga concessioni scadute già un anno fa? Può il consiglio regionale approvare una legge che rilascia nuove autorizzazioni alle ditte che operano nel territorio casertano e che secondo l’attuale normativa di riferimento non potrebbero più svolgere la loro attività in questi luoghi? L’assise regionale dovrebbe piuttosto dare immediatamente un nuovo regolamento regionale alle attività estrattive, nel caso in cui dovesse essere annullato il precedente, o una legge che obbliga la dismissione. Il consiglio regionale dovrebbe piuttosto verificare in base a quale atto o procedura l’area definita zac dal PRAE in cui ricade la Cementir è stata modificata in zona critica per la quale diversamente dalla zac si prevede di poter continuare la coltivazione.
In attesa di un riscontro in difesa della comunità casertana, martoriata da anni da inquinamento e sfregi ambientali, distinti saluti.
13 settembre 2008 Comitato P.co Cerasola-Centurano
Il presidente Giovanna Maietta
Comitato di San Clemente
Il presidente Giovanni Murgia
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All’assessore regionale all’ambiente
Dott. Walter Ganapini
Ogetto: richieste di incontro urgente
Egregio assessore gli ultimi eventi che hanno riguardato la gestione delle attività estrattive impongono un confronto anche tra l’assessorato che Lei egregiamente rappresenta e i Comitati civici di Centurano e San Clemente (Caserta) che da anni invocano il rispetto di quelle norme basilari per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. I nostri comitati sono costituiti parte civile nel processo cave di cui il procedimento del primo stralcio è giunto a conclusione a quattro anni dal sequestro delle sette cave che interessano il territorio casertano. Nonostante il provvidenziale intervento della Magistratura, le nostre frazioni hanno continuato a subire l’attività di ben due cementifici e di tre cave alle quali la Regione non ritenne di annullarne l’ autorizzazione rilasciata nel lontano “97. Oggi le stesse autorizzazioni sono da considerarsi scadute eppure la Regione continua a rilasciare proroghe con atti e procedure a dir poco discutibili. Gli imprenditori di cava (Cementi Moccia, Cementir) hanno ripreso a fare utilizzo di esplosivo i cui effetti si riflettono negativamente sulla popolazione e le abitazioni che insistono a ridosso dei giacimenti. Contestualmente all’attività estrattiva si incrementa quella dei cementifici, si tratta di stabilimenti obsoleti che sorgono nel cuore del centro abitato. Si consideri che il cementificio Moccia emette un rumore continuo da costringere molti abitanti a fare uso di sonniferi o a chiudere le finestre in piena estate. Un attività che si svolge soprattutto di notte lasciando un odore nell’aria simile a pneumatici in combustione. Noi Le chiediamo visto la sua sensibilità all’ambiente di poter esporre le nostre ragioni e di illustrarle meglio la realtà dei fatti. Abbiamo apprezzato moltissimo i suoi interventi sull’emergenza rifiuti resi ancora più concreti dai sopralluoghi effettuati da Lei a Parco Saurino. Vorremmo che lei potesse rendersi conto in che modo svolgono la loro attività gli imprenditori che operano a Caserta. E’ una verifica che si può fare con la sola visione di questi luoghi martoriati dove è lampante il danno alla popolazione e lo sfregio al paesaggio. Illustrissimo assessore vorremmo soprattutto farle comprendere che i due cementifici non possono rimanere nel nostro territorio che guarda al suo futuro attraverso il polo ospedaliero in costruzione. Nonostante gli abusi i cavaioli casertani adducono pretese di poter permanere con le loro attività per continuare a sottrarci i nostri già maltrattati colli Tifatini. Una pretesa resa più forte dall’inerzia degli amministratori locali e dai permessi della regione, oltre che dall’assenza di controllo da parte degli enti preposti a tale compito. Pertanto noi in netta contrapposizione verso qualsiasi abuso che possa fare scempio del territorio le chiediamo di poter approfondire l’argomento esposto in estrema sintesi.
In attesa di un immediato riscontro, cordiali saluti
Caserta 4 Agosto 2008
Comitato di Quartiere di Parco Cerasola-Centurano
Il Presidente Giovanna Maietta
Comitato di Quartiere di San Clemente
Il rappresentante Giovanni Murgia
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Italia Nostra sezione di Caserta, Legambiente Caserta, LIPU, WWF, Terra Nostra, Comitato di Quartiere Centurano-Cerasola
Caserta, _________
Al Sig. Sindaco di Caserta
Al Sig. Sindaco di Maddaloni
Al Sig. Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Caserta
All’Assessore Provinciale all’Ambiente
Al Sig. Presidente della Giunta Regionale
E, pc Alla stampa
Loro sedi
Oggetto: ripresa attività estrattiva in area Z.A.C. Richiesta intervento con costituzione al T.A.R.
Le sottoscritte associazioni e i comitati di quartiere Centurano-Cerasola in ordine all’argomento in oggetto espongono quanto segue.
Si premette che
- con le denunce e le conseguenti indagini delle forze dell’ordine, con l’Operazione Olimpo del 2004 la magistratura ha bloccato un sistema di attività illecite attorno alle attività estrattive di Caserta nel quale imprenditori, liberi professionisti e funzionari pubblici sono risultati colpevoli e già per alcuni di loro sono scattate significative condanne con confisca dei beni e considerevoli risarcimenti danni per il disastro ambientale conseguente a tali attività;
- che l’attività della P.A. sarebbe stata quella di avviare un vasto programma di risanamento e riqualificazione ambientale dei colli Tifatini per assicurare un nuovo sviluppo dell’intero comprensorio nel quale economia, ambiente e occupazione trovasse nell’istituzione del Parco Urbano dei Colli Tifatini il naturale sbocco di quella gravissima vicenda;
- che, allo stato, non solo le amministrazioni locali nulla hanno fatto per avviare processi di risanamento e recupero virtuosi ma, addirittura, dopo 22 anni la Regione continua a non dotarsi del Piano Regionale delle Attività Estrattive nella sua forma definitiva e operativa;
- Che con vari decreti dirigenziali della Giunta Regionale della Campania, Area Generale di Coordinamento 15 Lavori Pubblici, opere pubbliche, attuazione, espropriazione, quasi come un fiume sotterraneo e in piena si è consentito alle ditte Fran.Ca, Moccia e Cementir di proseguire l’attività estrattiva;
- Che i decreti con i quali è stata consentita la prosecuzione, in via eccezionale e temporanea, delle residue attività di coltivazione con la connessa ricomposizione contestuale ai cementifici Moccia, Cementir e Fran.Ca sono abnormi, in quanto consentono attività di coltivazione in base ad autorizzazioni scadute nel lontano 30 giugno 2006.
- Che anche alla luce del PRAE, tutt’ora vigente in quanto il CdS ha sospeso le sentenze del TAR che ne avevano decretato l’annullamento, tutte le autorizzazioni hanno perso efficacia alla data del 31 marzo 2007. In pratica si è autorizzato, in via eccezionale e d’urgenza, in assenza di una norma che tale facoltà preveda, la continuazione della coltivazione.
- Che la motivazione di detta deroga, non prevista da alcuna norma, risiederebbe nella circostanza che a seguito di una riunione presso la Prefettura di Caserta del 4 aprile 2008 e di un incontro svoltosi presso la Presidenza Regionale in data 7 aprile 2008, si sarebbe accertata “una gravosa situazione” per mancanza di materie prime.
- Che trattasi di una motivazione in fatto che non può sorreggere la mancanza di una norma in diritto che a tanto autorizzi.
- Che i decreti, quindi, sono certamente illegittimi in quanto atipici ed innominati e rappresentano un’eccezione alla regola, eccezione che solo una norma primaria e/o secondaria poteva consentire e che certamente non può scaturire da una riunione in Prefettura e da due direttive del Dirigente del Settore, direttive che non possono essere contrarie alla legge;
Che a ciò si aggiunga che nei provvedimenti autorizzativi nessun accenno viene fatto alla grave situazione ambientale del territorio causata dai cementifici, né alla operazione Olimpo, né alla salvaguardia del diritto costituzionalmente garantito alla salute e all’ambiente salubre, diritti che non possono subire compromissioni neppure in presenza di presunte crisi del settore.
- Che non si capisce quale sia la residua coltivazione e, quindi, il provvedimento è caratterizzato da profonda incertezza, così come non si capisce la durata di detta proroga, in quanto è correlata all’istanza di sospensiva (peraltro già ottenuta). Nel provvedimento si legge che in caso di ottenimento della sospensiva “l’istanza già presentata ai sensi del PRAE, qualora il CdS dovesse rivitalizzarlo, decadrà se il correlato progetto risulterà ai sensi del PRAE con lo stato dei luoghi successivo alla prosecuzione dell’attività; la Ditta in riferimento al punto precedente, per proseguire l’attività ai sensi delle NdA del PRAE dovrà formulare istanza, correlata ad un progetto che tenga conto delle avvenute modifiche dello stato dei luoghi successive alla prosecuzione dell’attività stessa”. Trattasi di un linguaggio criptico che nasconde la volontà di accordare una proroga sine die e in ogni modo dai tempi incerti.
Per quanto sopra esposto, gli scriventi CHIEDONO alle SS. LL, ciascuno per le specifiche competenze politiche e istituzionali:
1) di presentare opposizione ai decreti di proroga all’attività estrattiva nell’area casertana e, più specificatamente, contro le ditte: Cementir, Moccia e Fran.Ca.;
2) di programmare l’approvazione della proposta delle associazioni ambientaliste di istituzione di Parco Urbano dei Colli Tifatini
3) di invitare il presidente della Giunta regionale e l’assessore all’ambiente a sospendere i provvedimenti dirigenziali emanati, in via del tutto autonoma, dal coordinatore e dal dirigente del settore dell’Area Generale di Coordinamento A.G.C. 15 Lavori pubblici, opere pubbliche, attuazione, espropriazione .
F.to
Per Italia Nostra, sezione di Caserta
_dott.ssa Maria Rosaria Iacono____________
Per Legambiente
Dr. ing. Leopoldo Coleti
Per la LIPU
Dr.agr. Matteo Palmisani
Per WWF
Dr. Raffaele Lauria
Per Terra Nostra
_____________
Pasquale Costagliola
Per _______
Prof. Sergio Tanzarella
Per il Comitato di Quartiere Centurano/Cerasola
Sig.ra Giovanna Maietta
Per il Comitato ____
____________
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX
Infertilita' da inquinamento in aumento tra gli uomini
Roma, 5 ott. 07 (Adnkronos Salute) - L'infertilità colpisce gli uomini sempre più spesso e accorciando progressivamente i tempi. L'inquinamento atmosferico finisce sotto accusa, tra i principali indiziati. Scende progressivamente, infatti, il numero degli spermatozoi e non solo. Queste cellule germinali mutano sempre più spesso nella forma e rallentano la loro 'corsa', mentre la qualità dell'aria che respiriamo crolla anno dopo anno. Il risultato è una sempre più diffusa infertilità maschile, tant'è che in Italia l'età media degli uomini che si rivolgono all'andrologo con problemi di questo tipo è ormai scesa a 38 anni. Alcuni recenti studi epidemiologici internazionali hanno dimostrato che la vita nelle grandi città è un fattore di rischio importante per la fertilità dell'uomo. Queste ricerche - di cui si parlerà domani al Turin Palace Hotel di Torino, dove si terrà il XIX Convegno annuale della Società italiana di andrologia - hanno evidenziato che, in un periodo di tempo di 25-30 anni, si è osservata una diminuzione significativa del numero medio di spermatozoi (da 60 milioni nel 1977 a 45 milioni nel 1993 tra i donatori di seme in Danimarca), della motilità (con una riduzione percentuale annua dell’1% dal 1973 al 1992 a Parigi) nonché delle forme normali degli stessi (riduzione annua dello 0,5% dal 1973 al 1992 a Parigi). E la responsabilità degli agenti inquinanti non sfugge ai ricercatori: recenti studi hanno dimostrato che i più comuni inquinanti sono responsabili non solo delle ormai note patologie respiratorie, immunitarie, renali, cardiovascolari, ma anche di un danno del processo di formazione degli spermatozoi. Le sostanze maggiormente lesive sembrano essere PM10, biossido di azoto, biossido di zolfo e piombo, che si sprigionano dai motori delle nostre automobili, dal riscaldamento delle abitazioni, da lavorazioni industriali. Il danno sulla spermatogenesi avviene sia per azione tossica delle sostanze assorbite, sia per la possibile interferenza sui meccanismi ormonali di controllo. Basti pensare che l’analisi dell’atmosfera inquinata delle nostre città ha evidenziato la presenza di almeno quaranta molecole ad azione estrogenica, ovviamente lesive per il maschio.
PM 10
La sigla PM10 identifica materiale presente nell'atmosfera in forma di particelle microscopiche, il cui diametro è uguale o inferiore a 10 µm, ovvero 10 millesimi di millimetro.
È costituito da polvere, fumo, microgocce di sostanze liquide.
Le principali fonti di PM10 sono:
Inoltre, una parte rilevante del PM10 presente in atmosfera deriva dalla trasformazione in particelle liquide di alcuni gas (composti dell'azoto e dello zolfo) emessi da attività umane.
Nelle aree urbane il traffico veicolare non è la principale fonte del PM10 (è circa il 29% - fonte: Centro studi sui sistemi di trasporto, riportato sul numero di febbraio 2007 della rivista Quattroruote)
La nocività delle polveri sottili dipende dalle loro dimensioni e dalla loro capacità di raggiungere le diverse parti dell'apparato respiratorio:
Dipende inoltre dalla loro natura chimica. In genere, le patologie legate all'inquinamento da polveri sottili sono riconosciute essere l'asma, le affezioni cardio-polmonari e la diminuzione delle funzionalità polmonari. La mortalità indotta dalle polveri sottili è oggetto di dibattito. L'OMS, sulla base di uno studio condotto nel 2000 in 8 città del mondo, stima che le polveri sottili siano responsabili dello 0,5% dei decessi registrati nell'anno.
I valori limite sono definiti in Italia dal decreto-legge nr. 60 del 2 aprile 2002; tale decreto fissa due limiti accettabile di PM10 in atmosfera:
- Il primo è un valore limite di 50 µg/m³ come valore medio misurato nell'arco di 24 ore da non superare più di 35 volte/anno.
- Il secondo come valore limite di 40 µg/m³ come media annuale

I Monti Tifatini che fanno corona alla città di Caserta, ma toccano altresì i comuni storici di Maddaloni, Capua ed altri centri minori dell’hinterland casertano come Casagiove, Casapulla, San Prisco, Castel Morrone, Valle di Maddaloni si estendono su una superfice di 14.800 ettari, costituendo tuttora un prezioso ecosistema, ricco di elementi di biodiversità. Queste alture presentano un vasto campionario di aree di cava, da Sant’Angelo in Formis al santuario di San Michele. L’attività di estrazione delle cave si accompagna con contigui stabilimenti di trasformazione del materiale estratto, impianti ad alto impatto ambientale che in alcuni casi sorgono a ridosso degli abitati o comunque in posizioni che favoriscono la dispersione di polveri e fumi verso la città e le sue frazioni. Uno studio del CIRA, commissionato dalla Provincia di Caserta, ha calcolato che la produzione delle cave sui Tifatini ammonta al 55% dell’intera produzione provinciale, basta pensare che 10 cave producono 3.800 tonnellate all’anno di materiale. Un entità estratta enorme per un territorio oramai esausto e che presenta tutti i sintomi della devastazione. In data 11 giugno 1998, la IV Commissione della Regione Campania espresse parere favorevole alla dichiarazione di area di crisi ambientale, ai sensi della Legge n.305/89, presentata dal Comune di Caserta in data 8/3/97. A tutt’oggi la Regione Campania, che ha adottato il Piano Regionale delle attività estrattive previsto dalla Legge Regionale n.54/85, non ha trovato una sistemazione razionale per le cave in esercizio nell’area casertana. Da rilevare che la zona dei Monti Tifatini è oggetto di valutazione della UE per essere inserita in un piano di conservazione ambientale con il codice IT8010016 denominato appunto “ Monte Tifata”. Questa particolare condizione porrebbe la catena sotto la protezione degli organismi comunitari, con l’obbligo sancito dalla direttiva comunitaria 92/43, dell’astensione da qualsiasi attività che possa causare il degrado del sito in questione. La Commissione UE quale custode dei trattati comunitari potrebbe intervenire, in presenza di violazione della legislazione comunitaria, adottando tutte le misure necessarie, tra cui le procedure previste in caso di infrazione dall’art.26 del trattato CEE.

Il comprensorio orografico dei monti Tifatini, si estende per 14.800 ettari. Il sistema montuoso è situato al limite sud orientale della provincia di Caserta e sovrasta a nord la piana del fiume Volturno ed a sud la fertile pianura attraversata dai Regi Lagni. Tocca nove comuni di cui otto collocati nella provincia di Caserta ed uno, Limatola, sito nella provincia di Benevento. La natura dei monti Tifatini è essenzialmente calcarea e le attività estrattive sono volte principalmente all’asportazione di questo materiale. Gli ambienti naturali della realtà tifatina vanno dal cespugliato alla macchia alta, dal boschetto misto, dai prati polifiti agli orti e vigneti. Questi esempi di flora subiscono la patina oppressiva delle polveri di cava con notevole danno ai processi naturali. Esistono dei microhabitat seminaturali degni di attenzione, tale da proporre questi ambiti nel novero dei SIC, siti di interesse comunitario. In particolare i luoghi che ospitano fonti ove alberga il granchio di fiume, la salamandrina degli occhiali ed il tritone italico. Questi residui esempi di una natura coartata rischiano ogni giorno che passa la scomparsa.

Da una indagine condotta sul territorio di Caserta risultano presenti circa 30 cave, tra tufacee e calcaree. Delle ultime ben 6 sono state ancora attive fino all’intervento della magistratura. Oggi rimangono in azione due siti estrattivi con annessi stabilimenti. Il fronte delle cave risulta avere una superficie nuda superiore a 1.000.000 mq ma il ritmo di estrazione lascia intravedere l’asportazione di imponenti cubature. L’attività estrattiva che doveva concludersi nell’anno 2006 ma ha avuto ulteriori proroghe viene effettuata in dispregio agli obblighi sanciti dalle concessioni sia per quanto riguarda la coltivazione a gradoni, sia per l’entità del materiale estratto, sia per la conservazione dell’humus per il ripristino ambientale. Il controllo dell’attività estrattiva è praticamente inesistente.
Intorno a Caserta la corona dei Tifatini abbraccia ben ventidue frazioni, borghi storici che costituiscono la fascia pedemontana del capoluogo con venti abitati mentre due borghi rappresentano le frazioni alte, con Casertavecchia, origine storica della civitas casertana, considerata monumento storico nazionale e sito patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Oltre al borgo medioevale altri monumenti insigni si ritrovano sparsi in una cornice che non è più quella dei vedutisti come Gaspare Vanvitelli o di paesaggisti come Hackert, ma piuttosto nello scenario apocalittico dei crateri e dei fianchi sventrati. Il Belvedere di San Leucio, l’eremo di San Vitaliano rimasto come la chiesa di Santa Lucia a picco su di un costone. Questi luoghi ricchi di storia e cultura sono sottoposti all’impatto ambientale devastante delle polveri sottili e dei fumi cementizi, oltre che alle vibrazioni delle esplosioni, come successe alla basilica paleocristiana di Sant’Angelo in Formis. Al degrado dell’attività estrattiva si aggiunge l’impatto dell’inquinamento dei cementifici, la frazione di San Clemente ha nel suo abitato, che è considerato a giusta ragione centro storico, dei cementifici i cui scarichi risultano di evidente nocività per uomini, piante, animali e cose. San Clemente è sottoposto anche ad un insostenibile inquinamento acustico dovuto al rumore continuo che i macchinari degli stabilimenti producono.

Il danno ambientale derivante dall’eventuale prosieguo dell’attività di cava fino alla completa cancellazione di parte di alture che ricadono nel comune di Caserta del complesso Colle S.Lucia-Monte S.Michele può essere stimato nell’ordine dei 7.000 vecchi miliardi di lire. L’azione abrasiva e corrosiva delle polveri combinata alle piogge acide ha provocato la degradazione di un vasto patrimonio mobiliare ed immobiliare che presenta da sempre un pregevole valore storico: casali, palazzi nobiliari, architettura religiosa.

SANTUARIO DI SAN MICHELE (MADDALONI)
GRAZIE A SAN MICHELE SE ESISTE ANCORA QUESTO MONTE
CIRCONDATO DALLE CAVE

In realtà si evidenzia su tutto il territorio dei monti Tifatini, in particolare: nell’area della Frazione di San Clemente, nello specifico in Via Stradella una situazione di rischio di dissesto idrogeologico causa la riapertura delle cave, già chiuse per pericolo di smottamento e riaperte inopinatamente; nell’area del monte San Michele, lungo il versante orientale, in località San Salvatore è persistente il rischio di frane; nella zona che va dal Colle Santa Lucia a Santa Rosalia, dove le cave stanno procedendo ad escavazioni senza messa in sicurezza e sotterranee. Via Giulia presenta all’altezza dell’oratorio fino alla Chiesa di S. Lucia una serie di vecchie cave chiuse ma che rendono il sostrato stradale cavo.
Le emissioni di grandi quantità di fumi e polveri calcaree e cementizie diffuse nell’aria in dispregio della legge 203/88 alterano le caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche della detta area, rendendola ad elevato rischio ambientale; il vento, che spira con intensità,
contribuisce alla diffusione di agenti fortemente patogeni nell’ambiente, con pesante danno all’igiene urbana e contravvenendo alle Direttive comunitarie in materia di quantità di polveri sottili PM10. Tra i residenti di Centurano, Garzano, San Clemente, ma anche del Parco Cerasola e della zona 167 è stata rilevata l’accentuarsi delle malattie respiratorie, dermatologiche e tumorali, specie tra i bambini e gli anziani che più risentono delle patologie ambientali, anche come risulta dai rapporti dell’OMS; sono stati rilevati aumenti di casi di silicosi e delle forme leucemiche dell’infanzia. In particolare è fortemente esposto alle emissioni di polveri cementizie, di gas, di rumori superiori alla soglia ammessa dalla legge e dalle direttive comunitarie l’abitato di San Clemente in cui insiste uno stabilimento per la produzione del cemento. Sono persistenti nei pressi della frazione di Garzano esplosioni di mine che procurano danni agli immobili ed in zone della citata frazione San Clemente ove ancora per le cave sono state determinate esplosioni nel tentativo vano di procedere alla formazione di gradoni.

Il transito dei mezzi di trasporto pesanti effettuato in totale dispregio delle limitazioni imposte dal Codice della Strada ha degradato il sistema viario delle frazioni, con presenza diffusa di polveri e residui calcinosi dispersi dai veicoli che viaggiano sprovvisti delle coperture obbligatorie al loro carico nella assoluta tolleranza delle autorità. Il flusso dei veicoli tocca strade storiche delle frazioni, della periferia e del centro stesso, creando disagio per scuole, case, chiese.
Altri progetti sono in netta antitesi con la scelta di devastazione delle cave. Il PIT che si richiama al recupero del paesaggio borbonico. Quale valenza potrà avere qualsiasi iniziativa tendente a valorizzare itinerari storici in un quadro di estremo degrado? In questo senso tutte le iniziative di promozione e valorizzazione del territorio ostano con un paesaggio di distruzione che fa da sfondo negativo ai monumenti considerati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO quali il borgo di Casertavecchia e la stessa Reggia Vanvitelliana. A fronte di questa allarmante situazione, si sottolinea l’assoluta inadeguatezza dell’intervento locale per la salvaguardia del territorio. Soprattutto si segnala l’inefficacia dei controlli, che pur sottostando all’ente regione, risulta non procedere ai dovuti controlli sui siti estrattivi e del rispetto dei decreti di concessione. Infine nell’elenco delle note dolenti si stigmatizza la carenza di dati sul monitoraggio dell’ambiente.

La nuova ed antica emergenza delle cave si intreccia con la questione rifiuti. Infatti il protocollo De Franciscis/ Bertolaso promette di utilizzare le cave come depositi di ecoballe e non solo. In realtà il primo passo di questo psicodramma prevede l’allestimento di una megadiscarica in località Lo Uttaro nella misura di 450.000 metri cubi estensibili. Una ulteriore mazzata alla gente che vive nelle periferie e che in questi anni ha subito l’impatto delle polveri sottili, dei fumi cementiti a cui si sostituirebbero o si aggiungerebbero le nebbie delle immondizie con i fetori specifici.

DISCARICA A CIELO APERTO IN LOCALITÀ LO UTTARO, CROCEVIA DI UN
TERRITORIO (CASERTA, MADDALONI, SAN NICOLA LA STRADA, SAN MARCO
EVANGELISTA e MARCIANISE) CHE CONTA CIRCA 200.000 ABITANTI

Questi dati sono solo la punta di un iceberg per una condizione di assoluta invivibilità che colpisce il nostro territorio. In realtà l’impegno continuo di “Terra Nostra” si protrae e si protrarrà nella raccolta delle informazioni e nelle sua divulgazione a tutti i livelli. Ogni contributo è benemerito per un lavoro collettivo finalizzato al bene della comunità e che purtroppo si delinea nella sua drammaticità come un dramma in evoluzione.
Contribuisci anche tu alla difesa del tuo territorio con partecipazione assidua alle vicende che lo coinvolgono.
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L’iniziativa
del TG della Natura fatta dagli studenti
dell’ITIS Giordani Caserta è un esempio
da seguire per avvicinare i giovani all’ambiente ed al proprio territorio. Una
ricerca accurata e notevole che tocca le corde di un problema grave della
regione Campania e segnatamente della provincia di
Caserta. gli studenti con questo lavoro inserito nel progetto POR hanno
imparato a conoscere sigle strane come l’ARPAC, l’agenzia per l’ambiente
della Campania. Purtroppo l’ambiente non è quello delle descrizioni
burocratiche e dei piani fantasmagorici ma della dura realtà con cui fare i
conti. Una realtà che a Caserta è fatta di distruzione del paesaggio,
inquinamento dell’aria, del suolo, dell’acqua. Una vera e propria guerra
dichiarata alla natura non solo dalle ecomafie ma dal “potere” stesso che
ammette lo sfruttamento senza limiti del territorio con speculazione selvaggia
nell’edilizia e nelle cave ma anche nello smaltimento dei rifiuti.
Un discorso
aperto quello dell’ambiente che se approderà alle nuove generazioni cambierà
col tempo qualcosa sullo scenario
penoso che si offre ai nostri occhi. E’ necessaria una cultura del territorio
che non si proponga come strumento ideologico per gruppi che della natura hanno
fatto un ostaggio. Terra Nostra
auspica un confronto franco con le nuove generazioni come è accaduto in altre
scuole per sollecitare l’interesse per la terra
dei nostri padri, calpestata in mille modi dagli scempi.

Parte degli alunni partecipanti al TG natura
Il Dirigente Scolastico dell' I.T.I. Giordani di Caserta Prof. F. VILLARI

IL CLIMA DELLA PROVINCIA
CASERTANA
Nella provincia di Caserta si trova la zona pianeggiante più estesa della regione e di conseguenza ne risente anche il clima. La parte che va dalla costa sino ai primi monti che circondano il capoluogo casertano, risente dei benefici influssi del mare che si fanno sentire sopratutto in inverno con temperature più miti e maggiore umidità nell'aria. Durante la stagione estiva , invece, questa zona risulta una delle più calde della regione con temperature massime spesso superiori ai 30°. La zona interna della provincia, è invece caratterizzata da numerosi rilievi collinari e montuosi spesso investiti dalle correnti fredde da NE apportatrici di forti diminuzioni della temperatura con nevicate in inverno. La zona del Matese è una delle più piovose e nevose della regione.
|
Mese |
Gen |
Feb |
Mar |
Apr |
Mag |
Giu |
Lug |
Ago |
Set |
Ott |
Nov |
Dic |
Anno |
Escursione annua |
|
Temperatura |
9.7 |
10.2 |
12.4 |
15.2 |
19.2 |
23.4 |
26.0 |
26.0 |
23.2 |
18.3 |
14.3 |
11.9 |
17.5 |
16.3 |

Nell'immagine sopra la zona di Campitello Matese in quella sotto una
veduta di Capri sempre dal Matese.

ANALISI
ATMOSFERICA DELLA PROVINCIA DI CASERTA
L’Inquinamento
atmosferico
L’inquinamento
atmosferico è definito come l’accumulo nell’aria di sostanze in
concentrazioni tali da provocare danni temporanei o permanenti a uomini,
animali, piante e beni. La concentrazione, a cui una sostanza provoca
inquinamento, varia molto da elemento a elemento: pochi miliardesimi di grammo (nanogrammi)
per metro cubo di aria di benzopirene provocano un danno maggiore di una decina
di milligrammi per metro cubo di ossido di carbonio.
Facendo riferimento alla quantità globale di tutti gli inquinanti emessi,
notiamo che cinque di essi contribuiscono da soli a più del 95% del totale.
Questi inquinanti sono: l’ossido di carbonio (CO), il biossido di zolfo (SO2),
gli ossidi di azoto (NOX), gli idrocarburi, il materiale particolato.
La concentrazione di questi cinque inquinanti, oltre a quella dell’ozono,
viene utilizzata come indice della qualità di un’aria e le leggi fissano i
valori massimi che queste concentrazioni possono raggiungere.
Criteri
di valutazione dell’anno 2003
SO2
- Il valore orario di 410 µg/mc non può essere superato più di 24 volte
nell’arco dell’anno civile
NO2 - Il valore orario di 270 µg/mc non può essere superato più di
18 volte nell’arco dell’anno civile
CO - Il valore massimo della media mobile calcolata sulle 8 ore non può
superare i 14 mg/mc
PM10 - Il valore giornaliero di 60 µg/mc non può essere superato più di 35
volte nell’arco dell’anno civile
O3 - Per il valore orario il livello di attenzione è pari a 180 µg/mc,
il livello di allarme è pari a 360 µg/mc
PTS - Il valore è puramente indicativo, in quanto tale inquinante non è più
normato
|
SO2 |
Biossido di zolfo |
|
|
|
|
CO |
Ossido di Carbonio |
|
|
|
|
NO2 |
Biossido di azoto |
|
|
|
|
PTS |
Polveri totali sospese |
|
PM10 |
Polveri sospese con F < 10 µm |
|
|
|
|
O3 |
Ozono |
|
|
|
La strumentazione
delle centraline di controllo
Gli analizzatori degli ossidi di azoto (NO, NO2, NOx) lavorano sul principio
della chemiluminescenza, con microprocessore integrato per la gestione analitica
e diagnostica; sono dotati di controllo zero/span manuale, automatico e remoto.
Gli analizzatori di biossido di zolfo (SO2) lavorano in fluorescenza pulsata e
sono dotati di controllo zero/span manuale, automatico e remoto.
Gli analizzatori di monossido di carbonio (CO) sfruttano l’assorbimento
all’infrarosso e sono dotati di controllo zero/span manuale, automatico e
remoto.
L’unità analitica per la determinazione degli idrocarburi sfrutta la
ionizzazione di fiamma con rilevazione degli idrocarburi totali, non metanici e
del metano; sono dotati di controllo zero/span manuale, automatico e remoto.
I rilevatori di particellato (PTS) lavorano sul principio dell’assorbimento di
radiazione beta di bassa energia, con sorgente radioattiva di carbonio 14,
rivelatore a scintillazione e microprocessore integrato.
La misurazione del PM10, ove presente, è realizzata mediante teste di prelievo
PM10 conforme alla direttiva europea.
I rilevatori di ozono (O3) sfruttano il principio dell’assorbimento nell’
U.V. e sono dotati di controllo zero/span manuale, automatico e remoto.
|
Elenco
rete regionale |
||
|
Comune |
Nome
stazione |
Indirizzo |
|
Avellino
|
Scuola
V Circolo |
via
Oscar D'Agostino, 4 |
|
|
|
|
|
Avellino
|
Ospedale
Moscati |
via
Cristoforo Colombo |
|
|
|
|
|
Benevento
|
Ospedali
Civili Riuniti |
via
Pace Vecchia, 57 |
|
|
|
|
|
Benevento
|
Palazzo
del Governo |
corso
Garibaldi, 1 |
|
|
|
|
|
Caserta |
Istituto
Manzoni |
via
Alcide De Gasperi |
|
|
|
|
|
Caserta
|
Scuola
De Amicis |
corso
Giannone, 5 |
|
|
|
|
|
Caserta
|
Centurano |
via
Francesco Cilea |
|
|
|
|
|
Maddaloni |
Scuola
L. Settembrini |
via
Brecciame |
|
|
|
|
|
Napoli
|
Osservatorio
Astronomico |
salita
Moiariello, 16 |
|
|
|
|
|
Napoli
|
Ospedale
Santobono |
via
Mario Fiore, 6 |
|
|
|
|
|
Napoli
|
Primo
Policlinico |
piazza
Miraglia, 192/193 |
|
|
|
|
|
Napoli |
Scuola
Vanvitelli |
via
Luca Giordano, 128 |
|
|
|
|
|
Napoli
|
Ferrovie
dello Stato |
corso
Novara, 10 |
|
|
|
|
|
Napoli |
Osp.
Nuovo Pellegrini |
via
Filippo Maria Briganti |
|
|
|
|
|
Napoli
|
ITIS
S.Giovanni |
via
Argine, 902 |
|
|
|
|
|
Salerno
|
Scuola
Pastena Monte |
via
dei Mille |
|
|
|
|
|
Salerno
|
USL
53 |
via
Vernieri |
|
|
|
|
|
Salerno
|
Scuola
Osvaldo Conti |
via
Buonservizio |
A
R P A C
Associazione Regionale
per la Protezione Ambientale Campania
L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania, Ente strumentale della Regione Campania istituito con legge Regionale n. 10 del 29 luglio 1998, sviluppa attività di monitoraggio, prevenzione e controllo orientate a tutelare la qualità del territorio e favorire il superamento delle molteplici criticità ambientali della Campania.
Le attività istituzionali svolte dall’ARPAC sono connesse alle funzioni di protezione e risanamento ambientale in sede locale: vigilanza e controllo del rispetto delle normative vigenti, supporto tecnico-scientifico agli Enti Locali, erogazione di prestazioni analitiche di rilievo sia ambientale che sanitario, realizzazione di un sistema informativo ambientale, attività di ricerca e informazione.
La struttura dell'ARPAC, fortemente articolata e presentesul territorio, è costituita da una unità centrale che comprende la Direzione Generale, la Direzione Tecnica e la Direzione Amministrativa,da cinque Dipartimenti Provinciali e da Centri tematici specialistici.
La sede centrale ha il compito di definire le politiche di indirizzo e sviluppo, di coordinare le attività tecnico-scientifiche ed amministrative, nonché le attività dei Dipartimenti Provinciali, delle unità di crisi e dei centri e servizi tematici, di definire le strategie informative e comunicative dell’Agenzia.
I Dipartimenti Provinciali rappresentano le sedi operative dell’Agenzia nel territorio e svolgono il compito di coordinare ed integrare le attività di laboratorio, di controllo sul territorio, di vigilanza ed ispezione.
L'organizzazione di ciascun Dipartimento prevede due strutture: il Servizio Territoriale, che presidia le attività di vigilanza e controllo sul territorio, e il Dipartimento Tecnico che realizza tutte le attività di laboratorio connesse alle analisi ambientali. In ciascun Dipartimento Tecnico – in ragione delle necessità operative – sono state attivate unità tematiche specialistiche quali: alimenti,acque per uso umano, acque interne e marino costiere, inquinamento atmosferico, suolo e rifiuti.
I centri tematici specialistici rappresentano le strutture di riferimento regionale su temi di particolare interesse:
-Centro Regionale di
Inquinamento Atmosferico (CRIA), con sede a Napoli;
-Centro Regionale Radioattività (CRR), con sede a Salerno;
-Centro Regionale Siti Contaminati (CRSC), con sede a Napoli.
Inoltre,relazione alle criticità
in campo ambientale che la regione Campania sta vivendo, ARPAC ha attivato una
struttura di supporto legata alle emergenze ambientali:
- Servizio Emergenze Ambientali (SEAm), con sede a Napoli.
L'ATMOSFERA
La struttura incaricata per i
controlli della qualità dell’aria è il Centro Regionale Inquinamento
Atmosferico (CRIA) dell’ARPA Campania che, attraverso l'Unità Operativa
Inquinamento Atmosferico, assicura le seguenti attività:
· monitoraggio e controllo dell'inquinamento atmosferico;
· controllo delle emissioni industriali in atmosfera;
· controllo del rumore, NIR, ispezioni e controllo tecnico di impianti con
accessori;
Inoltre i Dipartimenti Provinciali dell’ARPA Campania svolgono alcune attività
di controllo sul territorio.
La rete di rilevamento della qualità dell’aria consiste di diciotto
centraline posizionate nell’ambito del territorio regionale; le cabine sono
collegate all’alimentazione elettrica di rete nonché alla linea telefonica
commutata.
L'INQUINAMENTO
ATMOSFERICO
L’inquinamento
atmosferico è definito come l’accumulo nell’aria di sostanze in
concentrazioni tali da provocare danni temporanei o permanenti a uomini,
animali, piante e beni. La concentrazione, a cui una sostanza provoca
inquinamento, varia molto da elemento a elemento: pochi miliardesimi di grammo (nanogrammi)
per metro cubo di aria di benzopirene provocano un danno maggiore di una decina
di milligrammi per metro cubo di ossido di carbonio.
Facendo riferimento alla quantità globale di tutti gli inquinanti emessi,
notiamo che cinque di essi contribuiscono da soli a più del 95% del totale.
Questi inquinanti sono: l’ossido di carbonio (CO), il biossido di zolfo (SO2),
gli ossidi di azoto (NOX), gli idrocarburi, il materiale particolato.
La concentrazione di questi cinque inquinanti, oltre a quella dell’ozono,
viene utilizzata come indice della qualità di un’aria e le leggi fissano i
valori massimi che queste concentrazioni possono raggiungere
I
PRINCIPALI INQUINANTI
![]()
Gli ossidi di azoto
Nel mondo vengono emesse annualmente circa 50 milioni di tonnellate di NOX e
più del 90% è prodotto da processi di combustione (in impianti fissi, civili o
industriali, e in sistemi di trasporto).
In zone ad alta intensità abitativa o industriale, e soprattutto in caso di
condizioni metereologiche sfavorevoli, la concentrazione media giornaliera può
raggiungere 0,4-0,5 ppm (cioè superare di 400-500 volte i valori medi di
un’aria non inquinata).
Nei gas di scarico degli autoveicoli sono contenute quantità più elevate di
monossido di azoto (NO) rispetto al biossido di azoto (NO2), il loro rapporto
relativo è circa 95 a 5.
Solo successivamente in atmosfera l’NO subirà un’ulteriore ossidazione
convertendosi in NO2. Tale processo è attivato dalla radiazione solare, si avrà
quindi una maggiore concentrazione di NO2 in rapporto all’NO nei mesi estivi.
L’NO2 viene considerato come inquinante secondario poiché deriva dalla
trasformazione in atmosfera subita dall’NO.
Per quanto riguarda le emissioni degli autoveicoli, si hanno emissioni maggiori
a velocità costante e tanto più elevate quanto è elevata la velocità.
Il biossido di azoto è di colore bruno-rossastro e di odore pungente e
soffocante, mentre il monossido di azoto è incolore ed inodore. L’NO2 è
circa quattro volte più tossico dell’NO ed esercita il suo principale effetto
sui polmoni provocando edemi polmonari.
Ad elevate concentrazioni si possono avere convulsioni e paralisi del sistema
nervoso centrale, irritazione delle mucose e degli occhi, nefriti croniche.
Oltre agli effetti dannosi sulla salute dell’uomo, gli ossidi di azoto
producono danni alle piante, riducendo la loro crescita, e ai beni materiali:
corrosione dei metalli e scolorimento dei tessuti.
![]()
Il
monossido di carbonio![]()
Le concentrazioni di monossido di carbonio, così come quelle di idrocarburi
incombusti sono direttamente correlabili ai volumi di traffico, infatti circa il
90% di CO immesso in atmosfera è dovuto ad attività umana e deriva dal settore
dei trasporti. Vi sono comunque anche altre fonti che contribuiscono alla sua
produzione: incendi boschivi, processi di incenerimento di rifiuti, combustioni
agricole (ad esempio di sterpaglia) ed alcune attività industriali specifiche
(industria petrolifera, fonderie).
Anche il fumo di tabacco, a livelli ristretti, costituisce una sorgente di
inquinamento da monossido di carbonio. Il suo contenuto di CO può arrivare a
700-800 ppm e il livello di carbossiemoglobina (composto formato dall’unione
del CO con l’emoglobina del sangue) in un fumatore raggiunge il 7% contro lo
0,5% di un non fumatore che vive in un’aria pulita.
Il monossido di carbonio è un composto inodore ed insapore e deriva da una
combustione incompleta dei composti contenenti carbonio; in particolare la
presenza di CO nei gas di scarico è causata da rapporti errati
aria-combustibile, impurezze o additivi così che non si arriva
all’ossidazione completa dell’atomo di carbonio (in condizioni ideali i
prodotti della combustione dovrebbero essere unicamente acqua e biossido di
carbonio).
Le emissioni di CO sono maggiori in un veicolo con motore al minimo o in fase di
decelerazione e diminuiscono a velocità di crociera (60-110 Km/h) per poi
aumentare nuovamente ad alte velocità.
Il monossido di carbonio va considerato inquinante primario a causa della sua
lunga permanenza in atmosfera, che può raggiungere i sei mesi. Gli effetti
sull’ambiente sono da considerarsi trascurabili mentre quelli sull’uomo sono
estremamente pericolosi.
Questo inquinante, concentrandosi al suolo, costituisce una minaccia serissima
per i bambini come pure per gli adulti affetti da anemia, inoltre minaccia lo
sviluppo del feto e aggrava le malattie cardiovascolari. La tossicità è
proporzionale alla concentrazione ed al tempo di esposizione.
La concentrazione di monossido di carbonio nelle città, a causa del traffico,
è ben superiore a 0,1 ppm che costituisce il valore normale di un’aria non
inquinata e non sono rare medie di 30-40 ppm nei centri cittadini, raggiungendo,
per qualche secondo, valori di 150-200 ppm in zone dove barriere architettoniche
(sottopassi o gallerie) impediscono la libera circolazione dell’aria.
Gli idrocarburi![]()
Gli idrocarburi (composti formati da idrogeno e carbonio) vengono bruciati
per ricavare energia dalle combustioni. Oltre che come combustibili essi vengono
anche utilizzati come prodotti di partenza nell’industria chimica per ottenere
medicinali, cosmetici e materie plastiche.
Anche alcune attività legate all’agricoltura e l’incenerimento dei rifiuti
solidi sono altre sorgenti dell’inquinamento da idrocarburi.
I veicoli a benzina contribuiscono più degli altri alle emissioni di
idrocarburi, essendo la benzina una miscela di idrocarburi semplici e molto
volatili.
Negli autoveicoli le emissioni maggiori si hanno a velocità basse, mentre
quelle minori a velocità comprese tra i 70 ed i 100 Km/h.
Complessivamente gli idrocarburi di origine umana immessi nell’atmosfera
annualmente ammontano nel mondo ad un centinaio di milioni di tonnellate e
solitamente la loro concentrazione nei centri urbani è mille volte superiore a
quella misurabile nei boschi.
Gli idrocarburi interferiscono sui processi respiratori ed irritano gli occhi,
mentre alcuni tra gli idrocarburi policiclici aromatici sono cancerogeni.
Il solo idrocarburo che eserciti un effetto dannoso sulle piante è l’etilene:
esso rallenta la loro crescita interferendo con gli ormoni che ne regolano il
metabolismo.
![]()
L’anidride
solforosa
![]()
Una quantità significativa di questo inquinante è immessa in atmosfera da
fenomeni naturali (es. esplosioni vulcaniche).
Lo zolfo è presente anche negli oceani e si libera in atmosfera attraverso la
schiuma marina; precipita poi con le piogge depositandosi direttamente e venendo
poi assorbito dalla vegetazione.
Nelle città, escludendo le emissioni industriali, la maggior sorgente di
anidride solforosa è il riscaldamento domestico (perciò la concentrazione di
SO2 nell’aria dipende molto dalla stagione e dalla rigidità del clima).
Circa il 70% dei quasi 130 milioni di tonnellate di SO2 immersi annualmente
nell’aria proviene da combustioni in impianti fissi, mentre appare
trascurabile l’apporto dato dai mezzi di trasporto.
Il petrolio, oltre agli idrocarburi contiene anche composti con atomi di zolfo
che può arrivare fino all’1%.
Lo zolfo è invece praticamente assente nella benzina e contenuto in piccole
quantità nel gasolio; l’olio combustibile si suddivide in olio a basso tenore
di zolfo (Btz) e olio ad alto tenore di zolfo (Atz); mentre il carbone ne
contiene una percentuale che varia dallo 0,5% al 2,5% e dipende dalla zona di
provenienza.
La combustione negli impianti fissi, come le fabbriche e le centrali termiche
per la produzione di energia immettono nell’aria una notevole quantità di
biossido di zolfo (SO2), in quanto tali impianti utilizzano carbone o olio
combustibile spesso ad alto tenore di zolfo.
Sull’uomo provoca principalmente irritazione dell’apparato respiratorio,
possibili spasmi bronchiali ed in casi estremi bronchiti croniche ed enfisemi.
A parte gli effetti sulla salute dell’uomo, l’SO2 provoca l’ingiallimento
delle foglie delle piante poiché interferisce con la formazione ed il
funzionamento della clorofilla. L’effetto dannoso sulle piante è ancora più
accentuato quando l’anidride carbonica si trova in presenza di ozono. Tale
fenomeno si chiama sinergismo: con questo termine si intende che l’effetto di
due sostanze, quando sono insieme, è maggiore della somma degli effetti delle
sostanze prese separatamente. Il sinergismo si verifica di frequente negli
episodi di inquinamento; per esempio l’azione dannosa di molti inquinanti è
aumentata dalla presenza di particolato.
L’anidride solforosa provoca danni anche su alcuni materiali, aumentandone, ad
esempio, la velocità di corrosione.
Inoltre il biossido di zolfo, combinandosi con il vapore acqueo, origina acido
solforico (H2SO4), uno dei maggiori responsabili delle piogge acide.
Comunque oggi, in Italia, grazie all’impiego di combustibili meno inquinanti
sotto questo aspetto, il biossido di zolfo è presente in concentrazioni
talmente minime che il suo monitoraggio non risulta significativo.
![]()
Il
particolato atmosferico![]()
Tutti gli inquinanti presi in considerazione fino ad ora, sono, a
temperatura ambiente, dei gas. Nell’atmosfera vi sono però anche delle
microscopiche goccioline o particelle solide a cui viene complessivamente dato
il nome di particolato atmosferico.
Esso può avere origine naturale (ad esempio la polvere sollevata dal vento, le
emissioni vulcaniche, i fumi degli incendi delle foreste tropicali) o
artificiale: circa 280 milioni di particolato (poco più del 10% della quantità
totale immessa nell’atmosfera in un anno) sono di origine umana e sono emesse
in zone limitate della Terra.
Le dimensioni del particolato sono molto variabili e possono andare da un
millesimo di micron fino a qualche millimetro; le particelle di dimensioni
minori di 0,1 micron vengono definite particelle di Aitken; quelle di dimensioni
maggiori di 1 micron sono dette particelle giganti.
L’esperienza comune insegna che ciò che va in alto deve poi ricadere e ciò
vale certamente anche per le particelle solide o liquide sospese nell’aria.
Tuttavia l’aria esercita un effetto ritardante con una forza verso l’alto
che è proporzionale alla velocità di caduta ed al raggio delle particelle.
Inoltre il tempo di permanenza nell’aria dipenderà dalla natura dei venti e
dalle precipitazioni. Le particelle più piccole possono rimanere nell’aria
per molto tempo; alla fine gli urti casuali e la reciproca attrazione fanno
ingrossare le stesse al punto da far loro raggiungere una velocità di caduta
sufficiente a farle depositare al suolo. Oltre a questo meccanismo di
deposizione a secco l’eliminazione dall’atmosfera avviene anche per effetto
della pioggia.
Il particolato atmosferico può diffondere la luce del Sole assorbendola e
riemettendola in tutte le direzioni; il risultato è che una quantità minore di
luce raggiunge la superficie della Terra. Questo fenomeno può determinare
effetti locali (temporanea diminuzione della visibilità) e globali (possibili
influenze sul clima).
Inoltre la presenza di particolato favorisce la formazione delle nebbie, perché
le particelle forniscono alle microscopiche goccioline che formano la nebbia
nuclei intorno a cui condensarsi.
Il particolato provoca danni ai materiali, come la corrosione dei metalli,
danneggiamento ai circuiti elettrici ed elettronici, sia per azione chimica che
meccanica, insudiciamento di edifici e opere d’arte, ridotta durata dei
tessuti.
La polvere (per esempio quella dei cementifici) può provocare sulle piante
delle incrostazioni che interferiscono con il processo di fotosintesi, in quanto
intercettano la radiazione solare.
Alcune particelle, per le loro piccole dimensioni (da 0,0002 micrometri a 10
micrometri), sono in grado di raggiungere gli alveoli polmonari dell’uomo
apportandovi anche altre sostanze inquinanti (metalli pesanti e nitrati
derivanti dalle combustioni, dai processi industriali e dall’agricoltura).
Esse possono provocare aggravamenti di malattie asmatiche, aumento di tosse e
persino convulsioni, oltre agli effetti tossici diretti sui bronchi e sugli
alveoli polmonari.
Poiché il particolato non è un gas, la sua concentrazione nell’aria non è
espressa in ppm, ma si usa come misura la massa presente in un certo volume
d’aria, generalmente i microgrammi per m3. Questa grandezza, in un’aria
pulita, non supera i 10 microgrammi per m3, mentre nella maggior parte delle
aree urbane raggiunge valori di un centinaio di microgrammi per m3 toccando
punte di 2000-3000 microgrammi per m3 durante episodi di inquinamento
eccezionalmente gravi.
CONSEGUENZE
DELL'INQUINAMENTO
L
’effetto
serra![]()
Il fenomeno dell’effetto serra è causato da alcuni gas presenti
nell’atmosfera che assorbono la radiazione infrarossa emessa dalla superficie
terrestre irradiata dal sole rimandandola verso il basso.
Uno tra i principali gas responsabili di tale fenomeno è l’anidride
carbonica; assieme ad esso contribuiscono altri gas presenti in quantità minori
nell’atmosfera come metano, ossidi di azoto, ozono e diversi
clorofluorocarburi (composti che contengono cloro, fluoro carbonio e a volte
idrogeno) tristemente noti anche per essere responsabili del buco dell’ozono.
L’aumento dei gas serra si è avuta dopo la rivoluzione industriale per
l’uso esasperato di combustibili fossili, e la notevole deforestazione che
ogni anno elimina molti ettari di foreste che esplicano sia un’azione diretta
di regolazione del clima sia indiretta per la fissazione di CO2 in materia
organica.
Il veloce aumento osservato potrebbe nel prossimo futuro (mezzo secolo), in base
a studi modellistici, avere come conseguenza un incremento significativo di
temperatura, che secondo alcuni studiosi è già oggi in corso, a cui si
assocerebbe anche una alterazione spazio temporale del pattern delle
precipitazioni.
Ciò avrebbe un notevole impatto sull’ambiente rappresentando una minaccia per
gli ecosistemi naturali, la produzione agricola e gli insediamenti umani. Ad
esempio vi sono foreste che crescono in aree geografiche le cui caratteristiche
dipendono dalla natura. Probabilmente le foreste non riuscirebbero a reggere la
velocità di migrazione ben superiore richiesta dal riscaldamento previsto poiché
le piante sono relativamente immobili e non si disperdono facilmente come gli
animali.
Lo spostamento verso i poli delle fasce climatiche alla velocità prevista, si
lascerebbe quindi alle spalle molte specie o addirittura ecosistemi interi. La
distruzione o la modificazione dei vari habitat avrebbe pertanto pesanti
conseguenze sul patrimonio di biodiversità del pianeta. Una conseguenza
altrettanto grave riguarda il danno subito dal fitoplancton, cioè le
microscopiche alghe che sono alla base della catena alimentare degli oceani.
Il riscaldamento del pianeta potrebbe inoltre determinare una riduzione dei
corsi d’acqua in conseguenza di una evaporazione accelerata. A peggiorare tale
situazione ci sarebbe, come previsto da modelli climatici, una riduzione delle
precipitazioni estive nelle aree centro continentali. La maggiore velocità di
evaporazione e la minore disponibilità di precipitazioni farebbero aumentare
anche la domanda per l’irrigazione, aggravando la precaria disponibilità
idrica già esistente. L’aumentato fabbisogno d’acqua delle coltivazioni e
la ridotta disponibilità potrebbero determinare in regioni già di per sé
aride una notevole riduzione dei terreni coltivabili.
A ciò si aggiungerebbe anche un peggioramento della qualità dell’acqua, in
quanto un uguale volume di sostanze inquinanti andrebbe diluito in minori volumi
di acque fluviali.
L’aumento di temperatura porterebbe, infine, ad uno scioglimento dei ghiacciai
con un conseguente aumento del livello marino. Ciò potrebbe compromettere
insediamenti ed ecosistemi delle aree costiere e portare anche ad una
salinizzazione delle falde acquifere.
È quindi facile intuire la gravità delle conseguenze economiche, sociali e
politiche che possono scaturire da tutti questi effetti diretti del mutamento
climatico
Le
piogge acide![]()
Anche il fenomeno delle piogge acide, di grande attualità, è causato dalle
trasformazioni chimiche subite dagli inquinanti atmosferici. Ci si può rendere
conto del fenomeno considerando che nelle zone colpite da questo fenomeno i
monumenti si sono deteriorati negli ultimi decenni di più che nei secoli
precedenti. L’acidità media delle precipitazioni, soprattutto nel nostro
emisfero, è in continuo aumento.
Le due tipiche sostanze presenti nelle precipitazioni acide sono l’acido
solforico e l’acido nitrico.
L’unità di misura dell’acidità è il pH, collegato al contenuto di ioni
idrogeno: il pH uguale a 7 rappresenta la perfetta neutralità, soluzioni a pH
minore sono definite acide e soluzioni a pH maggiore si definiscono alcaline.
Normalmente il pH naturale della pioggia è pari a 5,6; i ghiacciai ci
forniscono una testimonianza su quale fosse il pH prima dell’era industriale:
gli strati più antichi dimostrano che esso non era mai minore di 5. Questa
situazione è stata notevolmente modificata dalle massicce emissioni di ossidi
di zolfo e di azoto.
Oggi si afferma sempre di più la tendenza ad aumentare l’altezza delle
ciminiere delle industrie: questo provoca la diminuzione degli inquinanti nelle
aree distanti pochi chilometri dalla sorgente, ma il tempo di permanenza
nell’aria risulta molto più lungo e quindi c’è una possibilità maggiore
che questi si trasformino in sostanze acide. Oggi nel mondo vi sono decine di
ciminiere di altezza superiore ai 300 metri e una, negli Stati Uniti, supera i
400.
In questo modo il problema dell’inquinamento viene portato da una scala locale
ad una nazionale o addirittura sovranazionale, alcuni Paesi ricevono sul loro
territorio una quantità di ossidi di zolfo e di azoto più elevata di quella da
loro prodotta.
L’acidità delle precipitazioni è oggi da 5 a 40 volte quella caratteristica
di una pioggia non inquinata; dagli anni ’70 il fenomeno, che in precedenza
interessava solo una limitata zona dell’Europa centrale, ha cominciato ad
interessare l’Italia, in particolar modo la valle del Po. Questo avviene
nonostante le correnti atmosferiche, normalmente dirette da Sud-Ovest a
Nord-Est, tendano ad allontanare le emissioni dalle zone meridionali
dell’Europa.
Gli effetti delle piogge acide sono molteplici e interessano la vegetazione, gli
ecosistemi idrici, le opere murarie - in particolare il patrimonio artistico -
ed infine la salute.
Nei fiumi, nei laghi e nei mari un abbassamento del Ph provoca notevoli
alterazioni: lo sviluppo degli embrioni di alcune specie viene bloccato già a
valori di pH minori di 6, mentre a valori inferiori a 5, cominciano via via a
scomparire varie specie di pesci, a cominciare dai salmoni e dalle trote.
Particolarmente rilevante è l’effetto sui monumenti: il marmo, che è
costituito da carbonato di calcio, viene, per effetto dell’acido solforico,
trasformato in solfato di calcio. Il solfato è molto più solubile in acqua del
carbonato e quindi le piogge successive sciolgono letteralmente il monumento
strato dopo strato.
Una sorte simile subiscono i metalli che sono sottoposti ad un processo di
corrosione; nel caso del rame questo fenomeno si manifesta con la tipica patina
verdastra.
Il
problema del buco dell’ozono
Recentemente sono state sollevate preoccupazioni sul rischio della possibile
parziale distruzione dello strato di ozono presente nella stratosfera che ci
protegge assorbendo le radiazioni ultraviolette ed impedendo a queste di
arrivare a quote più basse. Misure eseguite con sonde spaziali hanno messo in
evidenza una effettiva diminuzione di concentrazione in una zona di atmosfera
sopra l’Antartide.
L’ozono presente nella stratosfera costituisce uno scudo protettivo contro la
maggior parte della radiazione ultravioletta (raggi UV) proveniente dal sole
impedendole di raggiungere la superficie terrestre. L’importanza dello strato
di ozono deriva dal fatto che i raggi UV sono tanto energetici da scomporre
importanti molecole come il DNA e, se non sufficientemente filtrati, possono far
aumentare l’incidenza di tumori della pelle, delle cataratte e delle
deficienze immunitarie, provocando inoltre danni alle comunità vegetali
forestali di interesse agronomico e agli ecosistemi acquatici.
Negli ultimi decenni si è potuto evidenziare che in primavera lo strato di
ozono nella zona al di sopra dell’Antartide è diminuito di circa il 40%: si
è in sostanza formato un "buco" nello strato di ozono stratosferico.
Tenendo in considerazione la gravità degli effetti conseguenti alla
penetrazione dei raggi UV, molta attenzione si è rivolta per scoprire le cause
dell’assottigliamento, che si sviluppa ogni primavera australe, all’interno
del vortice in corrispondenza del Polo Sud.
Purtroppo ancora una volta la causa è stata identificata nel fenomeno
dell’inquinamento.
Tra i maggiori responsabili dell’erosione dello strato di ozono sembrano
esserci i clorofluorocarburi (CFC) commercialmente noti come "Freons".
Questi gas sono stati inventati negli anni ’20 e da allora prodotti e
utilizzati in grandi quantità come refrigeranti per impianti frigoriferi e
condizionatori d’aria, propellenti per bombolette di aerosol e come agenti
schiumogeni.
Una grande quantità di questi è prodotta dai voli degli aerei supersonici;
questo tipo di emissione è particolarmente rilevante perché il rilascio
avviene direttamente a quote stratosferiche.
Un tempo i CFC erano considerati sostanze ideali per impieghi industriali perché
economici, stabili ed inerti e pertanto non tossici; ma proprio questa loro
mancanza di reattività li rende potenzialmente pericolosi per l’ozono
stratosferico.
I gas inerti non si degradano facilmente nella troposfera (la fascia più bassa
dell’atmosfera) e di conseguenza raggiungono la stratosfera posta a maggiore
altezza. In questa regione per azione dei raggi UV le molecole vengono scisse in
forme più reattive che sono in grado di interagire con l’ozono e determinare
la sua distruzione.
Per porre rimedio a questo problema si è progressivamente vietato l’uso dei
CFC in modo da eliminare l’ulteriore loro immissione in atmosfera (a tal scopo
i rappresentanti delle nazioni industrializzate si sono riuniti a Montreal nel
1987); ciò non è comunque risolutivo considerando che tali gas persistono
nell’atmosfera per decenni (essi hanno un tempo di permanenza che varia, a
seconda dell’altezza, da 1 a 300 anni).
Gli studi in atto sono focalizzati sia a comprendere più approfonditamente il
chimismo della stratosfera per trovare eventuali rimedi, sia a stabilire quanto
il problema possa avere implicazioni su scala planetaria o se rimarrà legato
alla stratosfera sopra la regione antartica dove vigono condizioni
meteorologiche uniche.
Effetti sui beni di interesse storico e culturale![]()
Un ulteriore problema causato dall’inquinamento atmosferico è quello
relativo ai danni, a volte gravi ed irreversibili, cui vanno incontro i beni di
interesse storico-culturale come monumenti, opere d’arte, manufatti, musei,
ecc.
Agenti inquinanti come gli ossidi di azoto e l’anidride solforosa che danno
reazione acida (rendendo in tal modo acida la pioggia), l’ozono e gli
idrocarburi incombusti determinano un’ampia gamma di attacchi chimici che
portano alla trasformazione strutturale di pietre, marmi, metalli e materiali da
costruzione in genere. Ad esempio reazioni di solfatazione possono portare alla
trasformazione del marmo, che è essenzialmente carbonato di calcio, in solfato
di calcio (o gesso) e del bronzo in solfato di rame che poi si sgretolano
facilmente a causa delle azioni fisiche come quella eolica, il dilavamento delle
acque meteoriche, i fenomeni di gelo-disgelo, ecc.
Inoltre c’è da osservare che microrganismi come certi tipi di batteri o
funghi che si sviluppano in particolari condizioni biochimiche (come acidità
del substrato, presenza di materiali depositati di tipo organico o inorganico)
trovano nelle superfici dei monumenti un ambiente congeniale per potersi
sviluppare. Molti microrganismi formano infatti veri e propri piccoli ecosistemi
utilizzando nella catena alimentare i materiali lapidei e metallici di monumenti
o vivono dei solfati e nitrati depositati dalle piogge acide.
I monumenti e le strutture esposte all’atmosfera tendono comunque, per via
naturale, a subire un lento degrado per lo più legato a fattori meteorologici e
climatici; questo però è un processo molto lento che si esplica su tempi assai
lunghi (centinaia e perfino migliaia di anni).
L’inquinamento e le piogge acide, invece, interagendo con quei fattori
accelerano tutti i processi di degrado che, pertanto, mostrano i loro effetti
nel giro di pochi anni o di qualche decennio al massimo.
È facile constatare questa velocità di degrado confrontando le zone artistiche
e i monumenti che sono ubicati in centri urbani e industrializzati come Roma,
Firenze o Milano con le necropoli, i templi greci e le piramidi che
arricchiscono zone remote, agricole o addirittura desertiche da decine di
secoli.
Per far fronte a questi problemi, relativamente nuovi, in Italia molte
organizzazioni pubbliche e private stanno oggi studiando nuovi approcci ai
problemi del restauro, della protezione e della conservazione del nostro
prezioso patrimonio artistico e culturale.
Vengono messi a punto prodotti nuovi, come malte speciali, che esercitano
un’azione rafforzante e consolidante delle superfici litoidi, vernici che
proteggono dall’acidità e dalla corrosione e strumentazioni messe a punto a
hoc.
![]()
I
molteplici fattori di inquinamento dei mari e degli Oceani.
I
mari e gli oceani coprono il 71% della superficie terrestre, essi costituiscono
una grande riserva d’acqua in quanto comprendono circa il 97%
dell’idrosfera. Gli ambienti marini, seppure dotati di notevole potere
autodepurante, registrano ancora oggi, nonostante i vari protocolli
internazionali, gravi e svariate forme di inquinamento.
Per
mantenere le acque marine a un livello qualitativo accettabile è necessario
tener conto soprattutto delle immissioni di inquinanti prodotti dall’uomo. Uno
di questi è costituita dai rifiuti fecali che finiscono nei mari come effluenti
cittadini, anche se dopo essere stati parzialmenti trattati; ma non tutti gli
effluenti sono depurati e così vi sono ancora oggi moltissimi scarichi abusivi.
Inoltre un gran numero di attività industriali producono rifiuti che vengono
poi scaricati nei mari. Ad esempio, la discarica in alto mare dei rifiuti
sistemati sulle chiatte è un mezzo per eliminare i materiali dragati, i detriti
fognari e i rifiuti chimici.
Gli inquinamenti non
riguardano esclusivamente gli scarichi fognari o chimici ma anche le alterazioni
delle morfologie costiere che possono influire negativamente sul bioma marino.
Infatti, molti grandi fiumi sono stati sbarrati con dighe e come conseguenza
portano al mare minori quantità di acqua dolce e di sedimenti, inoltre
all'imbocco di estuari, sono stati eretti porti e strutture similari che
alterano i percorsi delle correnti, mutando conseguentemente gli habitat.
I rifiuti termici delle
centrali termoelettriche vengono in buona parte scaricati in mare perché esso
costituisce una comoda fonte di acqua di raffreddamento. La tipica differenza di
temperatura fra l'acqua di scarico e l'acqua captata è di 10° C. Tale
differenza si trova all'interno della gamma di variazioni naturali di
temperatura e non risulta quindi eccessivamente dannosa per la maggior parte
della fauna marina adulta. Tuttavia le uova, le larve e gli animali giovani che
vivono nell'acqua costiera vengono aspirati, con l'acqua di raffreddamento,
negli impianti delle centrali elettriche; qui sono sottoposti a un improvviso
aumento di temperatura e a un contemporaneo abbassamento di pressione che sono
loro fatali.
Ma sono i prodotti
petroliferi gli inquinanti marini più pericolosi. Essi si presentano sotto
forma di piccoli grumi simili a catrame in mare aperto e di schiuma scura o di
pellicole oleose sulle spiagge. Nell'oceano vengono immessi annualmente da due a
cinque milioni di tonnellate di petrolio, di cui almeno la metà proviene da
fonti che si trovano sulla terraferma, per esempio i rifiuti delle raffinerie e
gli scarichi delle stazioni di servizio. Quantità notevoli di olio minerale
sono immesse nell'ambiente marino da idrocarburi trasportati dall'aria, mentre
una quota considerevole, ma è difficile una precisa indicazione quantitativa,
dalle navi petroliere. L' inquinamento da petrolio prodotto dalle navi è la
faccenda più allarmante. Le navi diffondono il petrolio nell'oceano in tre
modi: per incidenti, durante le operazioni di carico e scarico, e per la
discarica deliberata che comprende il pompaggio dell'acqua di sentina e lo
scarico di zavorra dalle petroliere. Il danno più rilevante è causato dallo
scarico di zavorra. Nelle petroliere, dopo lo scarico di petrolio, viene immessa
acqua di mare nelle cisterne perché la nave non galleggi troppo diventando
ingovernabile. Tutti i residui di olio minerale dei serbatoi si mescolano con
l'acqua e vengono scaricati con questa al momento di un nuovo carico della nave.
La quantità di petrolio così versata in mare può essere ridotta in due modi.
Uno è quello di lavare le cisterne con acqua stivata a bordo in "cisterne
di sedimentazione" dove il petrolio si separa lentamente dall'acqua, questa
viene quindi scaricata e il successivo carico di petrolio è immesso su quello
rimasto nella cisterna di sedimentazione. L'altro accorgimento è quello di
costruire nei doppi fondi delle petroliere spazi stagni per l'acqua zavorra, in
questo modo si diminuisce del 95 % lo scarico inquinante.
Questi sono gli scarichi
diretti dovuti all’attività umana ma altre sostanze inquinanti arrivano ai
mari anche per altre vie. La caduta di pulviscolo atmosferico reca spesso
microparticelle di pesticidi spruzzati sulle coltivazioni, corpuscoli di
fuliggine emesse dalle ciminiere e residui degli scarichi delle automobili e
degli aerei. Le carene verniciate delle navi trasudano sostanze tossiche che
servono ad evitare lo sviluppo di alghe e di molluschi sullo scafo. Gli incendi
delle foreste immettono enormi quantità di ossidi e di carbonio nell'aria e di
conseguenza nel mare.
Come se non bastasse alcuni processi naturali forniscono ai mari sostanze che
sarebbero definite inquinanti se ve le immettesse l'uomo. I fiumi introducono
nel mare acqua dolce che danneggia certi organismi marini e che trascina con sé
anche sostanze inquinanti che la pioggia asporta dagli alberi e dal terreno; le
eruzioni vulcaniche apportano grandi quantità di metalli pesanti, calore e
nuovi materiali rocciosi e dal fondo marino filtra petrolio indipendentemente
dall'attività umana.
Questo breve articolo non vuole né può essere esaustivo su un argomento così
variegato e tanto difficile da inquadrare in maniera globale, resta il fatto che
gli ambienti marini quotidianamente sono sottoposti a notevoli, e spesso
scellerati, interventi dell’uomo. E’ bene ricordare anche che i mari e gli
oceani non possono essere considerati come elementi isolati ma che fanno parte
integrante dell’”organismo Terra” e quindi su lunghi periodi di tempo si
possono innescare cambiamenti ambientali così rilevanti da ripercuotersi anche
sulla vita quotidiana di ciascuno di noi.
CLIMA E IL SUO EQUILIBRIO
Insieme di condizioni meteorologiche che si verificano in una località per un determinato periodo di tempo (20-30 anni). I suoi elementi quali temperatura, pressione,umidità,nuvolosità,venti e precipitazioni sono influenzati da diversi fattori come la latitudine,l’altitudine la conformità dei rilievi,delle pianure e del mare,le correnti aeree e marine,l’albedo e dall’intervento umano. Il clima è soggetto di varie classificazioni,la più nota è quella di W. Koppen che considera 5 classi: climi megatermici umidi o tropicali umidi,climi aridi,climi mesodermici o temperati caldi,climi microtermici o boreali e climi nivali o glaciali. Può essere inteso anche come stato medio dell’atmosfera. Di grande dibattito negli ultimi decenni,l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera causata dalle attività umane,che ha portato e porterà un aumento della temperatura media con imprevedibili ripercussioni sul clima terrestre.
EFFETTO SERRA CONSEGUENZE
Previsioni
L’IPCC ha esaminato diversi scenari riguardanti le variazioni delle emissioni di gas serra nel corso del prossimo secolo,lo scenario medio assume le proiezioni delle Nazioni Unite per la crescita della popolazione,un continuo aumento dell’uso del carbone (il maggiore emittente di CO2 tra i combustibili fossili),sviluppi solo modesti dell’uso delle fonti energetiche pulite e rinnovabili e una limitazione graduale delle emissioni del 30%. In queste condizioni si prevede il raddoppio della CO2 nell’atmosfera entro la fine del prossimo secolo. Vi sono poi gli aspetti di feedback,cioè cambiamenti provocati dall’aumento della temperatura che causano essi stessi aumento di temperatura,l’insieme di tutto questo porta a prevedere aumenti medi di temperatura di 2-3 °C con vaste zone,come quella comprendente il nord Africa,l’Asia occidentale e centrale,l’Europa e gli Stati Uniti con aumenti di 4-5- °C e tutta l’area sub Artica con aumenti di 5-10 °C. Principali fattori di feedback: ghiaccio e neve che riflettono la luce del sole raffreddando il pianeta,aumentandone lo scioglimento si scopre più terra e mare che assorbendo così più raggi solari si scalda provocando un ulteriore scioglimento di ghiaccio e neve. Inoltre le temperature più alte intensificheranno sia l’evaporazione sia la capacità dell’atmosfera di trattenere più vapore acqueo che essendo un potente gas serra incrementerà ulteriormente la
temperatura. L’effetto dell’aumento delle nubi non è ancora chiarito,infatti riflettono parti delle radiazioni solari nello spazio,però creano anche una copertura che trattiene il calore con un effetto di riscaldamento soprattutto notturno. Le foreste rappresentano uno dei maggiori depositi di carbonio, tale funzione potrebbe essere scardinata e una gran quantità di carbonio potrebbe passare da queste all’atmosfera sotto forma di CO2. L’interazione di tutti questi fattori è di difficile previsione rendendo ancora più inquietante la definizione delle reali conseguenze,così mentre il clima cambia velocemente è sempre più probabile che si verifichino sorprese e cambiamenti improvvisi ed inaspettati. L’IPCC ritiene che fra le manifestazioni inaspettate dobbiamo annoverare un consistente scioglimento della calotta di ghiaccio dell’Antartide che potrebbe causare un rapido innalzamento dei livelli del mare in tutto il mondo,potrebbe anche verificarsi un cambiamento delle correnti oceaniche profonde,il così detto "nastro trasportatore" (corrente del golfo) che attualmente mantiene nel Nord Atlantico ed in parte dell’Europa temperature più elevate di alcuni gradi,se ciò dovesse verificarsi si avrebbe come incredibile effetto un immediato abbassamento della temperatura in queste zone. Risulta così evidente che cambiamenti anche relativamente modesti delle temperature medie globali possono innescare mutamenti regionali ben più drammatici. Lo scenario medio dell’IPCC prevede un innalzamento del livello del mare di circa un metro,localmente però potrà essere anche solo di 30-50 cm oppure di 2-3 metri a causa delle differenze regionali di distribuzione del calore e dei cambiamenti nella circolazione oceanica. Tutte le catastrofi che risulteranno da questi cambiamenti riguardano comunque uno scenario medio,se poi non si riuscirà a ridurre del 30% le emissioni o se gli effetti feedback risulteranno superiori al previsto la situazione potrà essere molto peggiore.
Le foreste
I vegetali sono molto sensibili ai cambiamenti climatici perché molte specie sono caratterizzate da nicchie ecologiche con ambiti di tolleranza rispetto alla temperatura molto ristretti,un aumento di 1 °C sarebbe sufficiente ad eliminare molte specie che dovrebbero migrare o soccombere,solo che la velocità di cambiamento climatico in molte aree sarà tale che potrebbe provocarne l’estinzione. Così mentre i modelli più semplici indicano che le foreste tropicali si espanderanno è probabile che la realtà sarà molto diversa,l’aumento di temperatura previsto per il prossimo secolo potrebbe far spostare le zone climatiche tipiche delle latitudini medie di 160-640 Km verso il polo,uno spostamento troppo veloce per le foreste, di conseguenza come afferma l’IPCC alcuni tipi di foreste potrebbero sparire del tutto. In alcune zone delle latitudini temperate ad esempio negli Stati Uniti si potranno verificare forti siccità che favoriranno gli incendi forestali e la proliferazione di insetti nocivi,anche ai tropici l’aumento di temperatura e soprattutto le variazioni nella piovosità indurranno forti rischi nella sopravvivenza delle foreste. Le strategie adottate finora per proteggere la biodiversità del pianeta viene protetta all’interno di parchi nazionali o
riserve che con lo spostamento delle zone climatiche si trasformeranno in trappole in cui ecosistemi unici,in molte di queste aree si estingueranno.LA PROPOSTA
I numeri
Nell’atmosfera sono attualmente presenti 800 miliardi di tonnellate di CO2 che divise per la superficie delle terre emerse danno circa Kg 5,5 di CO2 per mq,pari a Kg 2 di carbonio;come si vede nella pagina dedicata all’humus,nel mq di terreno abbiamo in media Kg 3 di humus,corrispondenti a Kg 1,5 di carbonio,se ne trova quindi sotto forma di humus una quantità pari al 75% di quello presente nell’atmosfera come CO2,questi calcoli medi,pur essendo teorici,danno una sufficiente indicazione sull’ordine delle grandezze in corso. Non si considera il carbonio che costituisce la biosfera ( piante,animali,insetti,funghi,batteri ecc.),da cui tramite processi naturali,deriva l’humus processi in cui l’uomo è intervenuto pesantemente e prevalentemente in senso contrario,favorendone la mineralizzazione (trasformazione in CO2,acqua e sali minerali),tramite desertificazione,la deforestazione,l’urbanizzazione e pratiche agricole scorrette.
CO2 trasformata in humus
Si tratta perciò di invertire il processo e trasformare una parte significativa della CO2 in humus,utilizzando le tecniche agricole opportune. In questa prospettiva il terreno va quindi visto come un ecosistema planetario interagente in modo sostanziale,non solo con la biosfera ma anche con l’atmosfera e sul quale l’uomo può intervenire correttamente,modificando così anche l’atmosfera. Questo principio generale va evidentemente adattato alle realtà pedoclimatiche locali,riportiamo comunque alcuni esempi riferiti a colture in clima temperato continentale per le quali si utilizzano tutte le corrette tecniche agricole.
Le tecniche
In agricoltura si coltiva per ottenere una produzione vendibile o comunque utilizzabile nel contesto aziendale,se invece la produzione è finalizzata al sovescio (la
massa vegetale viene prima triturata quindi lasciata appassire alcuni giorni e poi interrata),si mira ad un incremento della fertilità al fine di migliorare le future produzioni. La stessa tecnica può essere impiegata con lo scopo primario di "immagazzinare" la CO2 sotto forma di humus nel terreno,incrementandone nel contempo la fertilità. Dobbiamo anche considerare che oltre ad apportare nuovo humus vogliamo mantenere quello già presente,si utilizzeranno perciò tutti gli accorgimenti atti a tenere il più basso possibile l’indice di mineralizzazione e l’erosione del terreno (evitare,quanto possibile le lavorazioni,non lasciarlo mai nudo cioè privo di copertura vegetale,coltivare colture intercalari e o consociate ecc.). Vanno quindi utilizzate colture che producano la maggior massa possibile,triturate quando il rapporto fra massa vegetale e lignificazione sia ottimale (dalla lignina si ha la maggior resa e si ottiene l’humus più duraturo),interrate superficialmente e subito di seguito va seminata un’altra specie che se anche per motivi climatici non arriverà a maturazione,produrrà comunque della biomassa e terrà così coperto il terreno durante l’inverno o l’estate. Ad esempio si può seminare il mais in maggio con sovescio a fine settembre ottenendo ad ettaro una massa vegetale di 70 tonnellate,contenente il 30% di sostanza organica pari a 21 t con indice isoumico K1 (indice che esprime quanto humus si ottiene dalla sostanza organica di partenza) del 20% si hanno 4,2 t di humus. Si semina quindi un erbaio autunno-primaverile con sovescio in aprile,biomassa di 43 t al 12% di sostanza organica e con K1 25% abbiamo 1,3 t di humus;in totale 5,5 t pari a 2,75 t di carbonio annue,corrispondenti a Kg 0,275 di carbonio per mq. Se si vuole invece salvaguardare la coltura principale (nell’esempio precedente portare il mais fino a maturazione per poi raccogliere la granella),interrando comunque i residui da cui a seconda della specie coltivata si avranno da 0,5 a 1,5 t/ha di humus e praticando le colture intercalari che nel caso degli erbai potranno essere,in relazione al ciclo biologico della coltura principale,autunno-primaverili o primaverili,da questi si otterranno altre 1-1,5 t con un totale medio di 2,5 t pari a 1,25 di carbonio annue. Qualora invece si asportasse completamente la coltura principale e si utilizzassero solo i sovesci delle intercalari si avrebbe di media 1 t/ha pari a 0,5 t di carbonio. Da questi esempi si evidenzia chiaramente come la produzione agricola influenzi in modo determinante il ciclo del carbonio,è evidente che la rilevanza della proposta dipenderà dalla superficie che potrà essere utilizzata a tale scopo. Se ad esempio mondialmente si ponesse l’obiettivo di trasformare annualmente un miliardo di tonnellate di carbonio (il 30% delle emissioni che rimangono nell’atmosfera),utilizzando terreni esclusivamente finalizzati alla produzione di humus avremmo 1:2,75=364 milioni di ettari (9% delle terre coltivate);per terreni nella quale si salvaguardia la produzione principale 1:1,25=800 milioni di ettari (19% delle terre coltivate);per terreni nei quali si utilizzano solo le intercalari 1:0,5=2 miliardi di ettari (47% delle terre coltivate). Evidentemente va proposta una trasformazione dell’agricoltura a livello mondiale che avrà inoltre grandi ricadute positive sia per l’agricoltura che per il territorio.