CULTURA
SANNITI
ED OSCI: LA CIVILTA’ DEL SILENZIO
Il presente contributo vuole essere l’inizio di una inchiesta sulle origini osche e sannite della Provincia di Caserta, un vero viaggio al termine della notte, per dirla alla Céline. Una riscoperta delle radici profonde che non gelano, citando Tolkien. Un obbligo per quanti hanno a cuore la storia profonda che coinvolge la nostra vicenda umana. Nessun uomo è un isola e nessun uomo è una scheggia, siamo invece parte di una vicenda plurigenerazionale. Siamo anelli di una catena che si prolunga nel tempo. Per questo vorremmo che tutti conoscessero la Storia della propria Terra che è la storia di tutti. D’altra parte il futuro appartiene a chi ha la memoria più lunga…e noi vorremmo allungarla la memoria verso il passato per intravedere il presente oltre che il futuro. Per questo ed altro, esploreremo la nostra storia con tutti quanti vorranno partecipare a questa inchiesta. La storia dell’Italia antica concede ampi spazi a quella che fu e per certi versi è ancora la cultura dominante romana. La penisola fu profondamente colonizzata dai discendenti di Romolo che soppressero le culture autoctone con una politica di vero e proprio etnocidio. Il popolo che più subì il giogo romano fu il sannita. Essi furono peraltro gli antagonisti più pericolosi per i Romani impegnati ad imporre la loro egemonia sulla penisola e l’intero mondo conosciuto. Le popolazioni di stirpe sabellica hanno combattuto per secoli in difesa del loro territorio e della loro identità nazionale. Nonostante ventiquattro trionfi celebrati dai Romani alla fine di sanguinosi conflitti, questo popolo indomabile è stato sempre pronto alla rivolta ed alla resistenza. Fortissimo il tributo di sangue pagato per questa voglia di libertà, basta pensare agli ottomila prigionieri sterminati per ordine di Silla dopo la battaglia di Porta Collina nell’82 a. C. a conclusione di una eroica quanto ostinata resistenza. Cicerone affermò che “ i Sanniti rivaleggiarono in modo veramente temibile con Roma per assicurarsi l’egemonia sull’Italia peninsulare, avvicinandosi considerevolmente al successo”. Un popolo quello Sannita che non volle accettare di piegarsi alla nascente idea imperiale romana e che provò in qualsiasi modo a contrastare gli avvenimenti, alleandosi con chiunque potesse servire a mettere in discussione il nuovo ordine latino. Tre guerre in meno di cinquant’anni, la partecipazione accanto a Taranto ed a Pirro in quella che Orosio considera la quarta guerra sannitica, l’appoggio ad Annibale ed il ruolo svolto nell’insurrezione degli Italici, sono il bilancio di chi ha lottato fino in fondo contro i futuri conquistatori del mondo. Oltre ai massacri e alle deportazioni che dispersero i resti della popolazione Sannita, a cui furono confiscati terre e beni, i romani imposero una vera e propria congiura del silenzio sulla storia di questo popolo. Un silenzio rotto a tratti da falsità e da menzioni dei sanniti, fatte ad uso esclusivamente agiografico delle conquiste dell’Urbe. Roma stese un velo spesso sui vinti che insidiarono così a lungo la sua potenza ed ebbe buon gioco anche per il futuro. Le stratigrafie archeologiche hanno imposto le cosiddette emergenze classiche fatte di travertino e marmi, di fronte alle povere costruzioni sannite in legno e pietre, sparite sotto l’incalzare degli invasori e del tempo. Pochi sono i resti del mondo agropastorale sannita che si serviva al massimo di muri a secco . Ma soprattutto persiste una congiura ad escludendi per questa civiltà, un comando retroattivo che penalizza le radici della nostra storia, vista la preponderanza degli istituti di romanistica nell’ambito dei dipartimenti universitari. Anche i musei presentano la marginalizzazione o la completa esclusione dei reperti osco sanniti nella provincia di Terra di Lavoro ove ebbe grande presenza questa civiltà guerriera. Un oblio profondo che contrasta con la voglia di conoscenza delle nuove generazioni, alimentato solo dalla pigrizia e dal convenzionalismo più miope. Pasquale Costagliola




Per informazioni
www.terra-nostra-caserta.it tel.
338-2096103
- 333-3232191

Convegno organizzato da "Terra Nostra" nell' Aula Magna dell' I.T.C. Terra di Lavoro di Caserta, per presentare agli studenti la figura letteraria di Ronald Reuel Tolkien e le profonde valenze culturali ed ambientali dell' opera fantastica de "Il Signore degli Anelli".
Relatori: TROIANIELLO, IANNONE, COSTAGLIOLA, TITO.

L' Associazione ringrazia la grande disponibilità del Dirigente Scolastico Dott. Prof. Pasquale TROIANIELLO, al valido apporto datoci durante gli incontri e plaude alla sua vasta cultura che spazia in ogni ambito.
IL VALORE DELLE FIABE
Le fiabe e le leggende sono parte dell'uomo dall'antichità e gli uomini moderni hanno bisogno oggi più che mai di fiabe.
Tolkien è uno dei più grandi scrittori del fantastico dell'epoca moderna e Auden, parlando de "Lo Hobbit", definisce lo scrittore inglese autore de "la più bella storia per bambini degli ultimi cinquantanni".
Tolkien non è solo uno scrittore favolistico, ma rappresenta anche un teorico militante del genere fantastico, di cui in un saggio memorabile, "L'albero e la foglia", ha tracciato un vero e proprio manifesto programmatico.
Nel tempo della miseria la fiaba è una evasione dal carcere della degradazione. Una santa fuga del prigioniero che si rende alla macchia per reagire all'oppressione della bruttezza e della volgarità. Perchè un uomo dovrebbe esser disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e tornare a casa? Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti.
Ma le fiabe sono anche più reali della vita reale, una realtà il cui contatto dovremmo apprezzare ma che invero è caratterizzata da brutalità e bruttezza. Le fiabe parlano di cose permanenti: non di lampadine, ma di fulmini.
Le fiabe rappresentano un territorio libero ove gli ultimi ribelli possono trovare rifugio al riparo di magiche foreste per combattere contro la demolizione sistematica dell'arte, della grazia, di tutto ciò che è elfico al mondo.

Gruppo di corsisti

QUESTE SONO DUE FOTO DI PARTE DEI CORSISTI CHE HANNO FREQUENTATO UN CORSO INFORMATIVO/FORMATIVO DI EDUCAZIONE AMBIENTALE DENOMINATO “VIRGOPOLI 2” TUTELA, RECUPERO E VALORIZZAZIONE DI AREE COLLINARI
TOLKIEN
UNO SCRITTORE PER TUTTI
Elemire Zolla nella prefazione all’edizione del Signore degli Anelli pubblicata dalla Casa Editrice Rusconi, citando Friederich Nietzsche, parlava di una critica fatta a volte col distogliere lo sguardo a proposito di Tolkien. Un concetto che fa da sponda alla santa fuga del guerriero esaltata dallo scrittore britannico contro la dissoluzione del mondo moderno. Tutto questo farebbe propendere per inquadrare Tolkien in una tipica letteratura di evasione collegandolo idealmente a quella schiera di scrittori che vanno da Johnatan Swift a Lewis Carrol. In questo senso è da considerare la frase di Auden che parlando dell’Hobbit disse che era il miglior libro in assoluto per ragazzi degli ultimi tempi. Su questo tema dell’escape come direbbe Tolkien c’è molto da discutere e le parole dello scrittore sono significative a proposito: “ i critici per aggravare la confusione e ridurre al disprezzo i loro avversari, appongono la loro etichetta di sdegno non solo sulla diserzione, ma anche sulla vera evasione e ciò che la accompagna: il disgusto, la collera, la condanna e la rivolta. Essi sembrano preferire la sottomissione alla resistenza del patriota.”
In
realtà definire Tolkien come uno scrittore del fantastico tout court sarebbe più
che riduttivo, soprattutto rispetto ai pregiudizi della critica neorealista,
viste le profonde implicazioni ideali e tradizionali della sua opera. Lo
scrittore oxoniense è un vero specialista della letteratura alto germanica e di
conseguenza un profondo conoscitore della cultura antica e del mito. Questo dato
è alla base della produzione tolkeniana ed il sostrato dell'elaborazione di
tutta la creazione letteraria che ha
per sfondo le vicende della Terra di Mezzo.
Il Signore degli Anelli è un epopea del genere cavalleresco in cui
l’autore del libro diventa, come afferma Zolla , “ il servitore appassionato
delle forze stesse che aveva sentito pulsare nei versi di uomini morti da più
di un millennio”.
Per
Tolkien più che parlare di evasione bisognerebbe, riferendosi sempre ai
concetti di Nietzsche, parlare di inattualità. Una inattualità rispetto allo
stupido XX° secolo, ai suoi miti incapacitanti, alle sue ideologie
ritardatarie, alla retorica del progressismo; per il professore di Oxford
sovviene una atemporalità che lo avvicina pur nella diversità culturale ad un
altro irriducibile “passatista” qual’è
lo scrittore giapponese Yukio Mishima.
L’autore
de “ Lo Hobbit” è profondamente fuori dal tempo mediocre che gli è dato di
vivere, tanto che egli non crede nelle lampadine elettriche ma nei fulmini e
ritiene i cavalli e persino i draghi più veri delle macchine. Dietro la
facciata avventurosa ed onirica del Lord of
the Ring si intravede una welthanschaung ben precisa che reagisce in maniera
militante all’ideologia della degradazione che vuole radiare dal mondo ogni
vestigia di incurante bellezza.
Nell’opera
di Tolkien come nella sua biografia, due fatti d’importanza capitale si
fondono in una sintesi perfetta: la forza creatrice e la profonda conoscenza dei
simboli.
Tolkien
prende atto del fatto che i suoi contemporanei hanno completamente perduto la
capacità di percepire la mitologia nel suo giusto valore, e dunque di capire
che essa sapeva toccare dei significati spirituali ed etici con eccezionale
profondità; utilizzando i canoni applicati al Beowulf, Tolkien scopre che il
dragone, l’essere in apparenza più paradossale di tutti i racconti,
rappresenta in effetti un fatto autentico poiché lungi dall’essere una
bizzarria, incarna molto efficacemente la percezione mitologica di ciò che egli
chiama il male assoluto.
Una
concezione del mondo quella di Tolkien che oltre a richiamare il mito non
conosce le mezze misure e sceglie la via tradizionale della Mano Destra, dove
l’oscurità del mondo va combattuta senza indugi
e per questo conquista con la sua profonda radicalità i sentimenti e
“l’inconscio” della gente comune.

