NATURA

La quercia secolare che si trova nel bosco di San Vito a S.Angelo in Formis (Capua)
VOLONTARI
PER CASTELMORRONE
Castelmorrone è uno di quei posti ricchi di storia e di bellezze naturali che il nostro tempo indifferente ha condannato all’oblio ed alla distruzione. Una cava senza alcuna finzione di rispetto delle regole previste per la coltivazione si erge arrogante sulla strada che si incrocia tra il Volturno e la direzione di Limatola. Lo stesso sito che ha visto il passaggio degli elefanti di Annibale o la battaglia del Volturno tra Garibaldi, Bixio e Francesco II è deturpato da uno squarcio senza fine che sta mangiando la strada che costeggia la montagna. Probabilmente il dissesto idrogeologico è avanzatissimo senza nessun intervento delle autorità, alla quale andranno addebitati un giorno buona parte degli scempi dei monti casertani.
Castelmorrone
è preda di speculatori senza scrupoli che devastano a piacere la natura alla
faccia dello sviluppo sostenibile.
Qualcuno invece crede ancora nella preservazione della natura e così Filippo Cuzzola figura di “mistico” amante della natura che con indomito spirito francescano ha coinvolto uomini di diversa estrazione ed istituzioni con l’unico fine di civiltà per bonificare un sito alla confluenza di due ruscelli il Fusaro e il Perticara nella località di Castelmorrone posta ai piedi del monte Virgo. Terra Nostra ha aderito con entusiasmo all’iniziativa e dato tutta la disponibilità a questo impegno che vedrà volontari di buona lena alle prese con rifiuti e detriti per liberare un luogo della nostra memoria e della nostra cultura.
Nella foto sopra il Presidente di Terra Nostra Pasquale impegnato nella zona del Fusaro-Perticara di Castelmorrone per bonificare la zona insieme ad altri Volontari (foto sotto) Claudio, Bruno e Filippo.

Castelmorrone,Bonifica del Fusaro Perticara:una volontaria, un volontario, Alberto e Pasquale

Castelmorrone, Pino “all’opera”

Castelmorrone, Filippo e Claudio
CHI SALVERA’ CALATIA DALL’IMMONDIZIA?
Tracciare un doloroso itinerario della
devastazione archeologica in Terra di Lavoro è certo un impresa ardua, anche
per l’ignoranza o se volete la misconoscenza
che circonda il nostro
patrimonio storico cuturale.
Basta pensare ai resti di Plistica,
l’insediamento Osco di Castelmorrone, minacciato da una cava irregolare che
sta scavando il monte Castellone.
La distruzione del nostro patrimonio
artistico e culturale è purtroppo una realtà di tutta evidenza.
L’immensa eredità del passato sparsa
sul territorio subisce l’impatto del grande degrado che affligge la società
campana.
Così i resti di Calatia, l’antica città
sorta sull’Appia, che si estendeva tra Maddaloni, San Nicola e San Marco
Evangelista ricca di tremila anni di storia, ha subito il saccheggio dei
tombaroli, lo scempio della speculazione edilizia.
Questa area con la presenza di una
necropoli ha innumerevoli tombe, con
resti lapidei, monumenti, iscrizioni. Una ricchezza abbandonata ai rovi, chiusa
da case abusive, sconosciuta al
pubblico in una zona che da sempre è stata deputata al rilascio dei rifiuti .
Oggi la situazione ha raggiunto il punto
di massimo degrado con il proliferare di discariche a cielo aperto nell’area a
seguito della crisi dei rifiuti della Campania.
La riapertura della discarica
intercomunale, definita eufemisticamente sito di trasferenza de “Lo Uttaro”
ha posto l’impronta tutta in negativo ad una realtà sottratta colpevolmente
ad ogni potenziale valorizzazione culturale. Un sito di enorme valenza
scientifica e turistica è stato relegato nelle pieghe del miserabilismo
dell’immondizia quotidiana, con buona pace delle nostre vocazioni turistiche e
dei giacimenti culturali.
Caserta segue il destino di distruzione
che hanno subito i paesi in guerra come l’Iraq, l’Afghanistan ed il
Kossovo ove i bombardamenti “intelligenti”, le pulizie etniche e le azioni
iconoclaste dei fanatici hanno fatto tabula rasa dell’eredità artistica del
passato.
Quello che non ha fatto la guerra a
Caserta e provincia lo fa il degrado dei nuovi barbari.
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TERRA NOSTRA E LIPU IN ESCURSIONE A CASTELMORRONE 22-05-05









La civiltà
Osca e Sannita predominante per alcuni secoli nel nostro territorio non è stata
valorizzata in relazione alle valenze culturali e di memoria che ad essa
spetterebbero. Colpa anche delle tecniche costruttive di un popolo parco, alieno
dallo spreco e dallo sfarzo. Una gente che viveva in armonia con la natura,
rispettando la sacralità dell’ambiente. Poveri i materiali usati nelle
edificazioni dei Sanniti che non creavano forse per i posteri come i Romani.
Tuttavia non mancano le vestigia suggestive di questa storia considerata
erroneamente minore.
Il territorio
della Terra di Lavoro fu una delle
mete di ingresso del popolo Sannita nella sua migrazione dalle sedi primigenie
del nord Europa.
Infatti questa
popolazione di ceppo Indoeuropeo nel suo trasferimento al Sud dalle aree di
origine, discese in Italia lungo la dorsale appenninica. Gli insediamenti
Sanniti si costituirono sui contrafforti dell’Appennino, dall’Adriatico fino
alla pianura Campana. I Sanniti popolo montanaro per antonomasia crearono un
vero sistema di difesa basato su piazzeforti collinari. All’incrocio di valli
ed alla confluenza di passi strategici furono erette delle fortificazioni
caratteristiche con il compito di controllare le vie di comunicazione. La
struttura di questi luoghi era semplice ed in linea con il carattere rude dei
costruttori. Le mura delle cinte erano fatte di roccia squadrata e non
cementata. La forma caratteristica era quella poligonale. Non esistevano
merlature o grandi ripari sul periplo delle mura, che secondo i racconti di
Livio servivano piuttosto come terrapieno e punto di raccolta per i
guerrieri. Una strategia bellica che privilegiava l’uomo rispetto agli
apparati difensivi secondo l’esempio degli spartiati.
Molte sono le
tracce di queste fortificazioni, nel nostro breve excursus ne citiamo alcune ad
esempio rispetto alle tante sorte sui monti che fanno corona al territorio. Nel
circondario di Castelmorrone sui monti Gagliola e Castellone rimangono delle
vestigia di una di esse. Il forte si estende per una lunghezza di circa due
chilometri ed è formata di blocchi di calcare di notevoli dimensioni. Il sito
fortificato costituiva sicuramente un posto di vedetta importante a controllo
della via di comunicazione costituita dal Volturno.
Altri resti di
fortificazioni si ritrovano con il recinto megalitico di Monte La Frascara,
denominato in età medievale Orto della Regina nell’area della comunità
montana del Monte Santa Croce. Anche in questo caso l’andamento del recinto
assume la forma di un poligono irregolare dai lati molto diseguali che
delimitano a volte angoli ottusi, talora angoli retti.
A confermare
gli studi pionieristici su questo sistema di architettura militare primitiva, si
rileva che la struttura muraria è in tecnica poligonale di grossi blocchi di
trachite, con uno spessore massimo di due metri.
Due siti quelli
descritti, parte di un complesso molto più vasto che ci ripromettiamo di
esplorare ancora.