TERRITORIO

I  CASALI  E  LE  BORGATE  CASERTANE

 

IL CASALE DI CENTURANO CON IL PARCO CERASOLA

 

“Maestà, maestà, decidetevi, regalatemi questa benedetta fontana, pensate quante benedizioni ve ne verranno dalla popolazione”. Con queste parole Michelangelo Viglia (barbiere), supplicava per l’ennesima volta il Re, mentre con il rasoio ben affilato percorreva dolcemente “per carità” il regale mento. “Uffa Michè”, rispose quella volta Re Francesco “e va bene avrai questa fontana!”. E così nella piazzetta del villaggio di Centurano, cominciò a scorrere l’acqua, detta Giulia forse in ricordo di Cesare, che aveva donato l’acquedotto alla colonia romana di Capua e i cui antichi resti della zona erano stati incorporati nel grandioso progetto delle acque del Vanvitelli (D’Anna). Ancora oggi su di una lapide posta sulla facciata di quella fontana, si possono leggere dei versi che lo stesso Viglia fece scolpire a sua gloria e a ricordo dell’avvenimento.

Fontana nella piazza di Centurano con i versi del Viglia

 

Era un borgo già molto antico Centurano, il cui toponimo deriva forse, dall’insediamento nella zona di una guarnigione, dopo la centuriazione dell’Agro Campano da parte dei romani; oppure molto più poeticamente una derivazione data dalle due parole “centum – aurae”, a causa dei venti che percorrono questa fascia pedemontana e che la rendono ancora oggi più fresca d’estate, rispetto alla pur vicinissima Caserta (Zaza D’Aulisio Alberto). Finanche l’Esperti, lo storico del settecento nativo di Briano, nelle sue “Memorie Istoriche della città di Caserta” ci parla del clima talmente fresco di Centurano da “ richiedere attenzione nel vestirsi al mattino per evitare qualche morbo”. Da ciò il fatto che belle ville per la villeggiatura nacquero nel sito ed infatti Matilde Serao, ospite della famiglia Pierantoni nella bella palazzina circondata di pini, ci parla nella sua opera“Fantasia”, di Centurano “come di un piccolo aristocratico villaggio fatto di ville signorili diviso da viuzze strette e da siepi fiorite”. In questo antico Casale che ruotava con i suoi due o trecento abitanti intorno al villaggio Torre, una strada lo delimita ancora oggi, la via anch’essa detta Giulia, percorrendolo in tutta la sua lunghezza; più ampia verso l’alto, per volere di Ferdinando II, che la faceva spesso con la famiglia per raggiungere la Chiesa di S. Lucia, sorta più grande alla fine del ‘500 sulle rovine di una piccola Chiesa anch’essa dedicata a S. Lucia.

Facciata del Santuario di S. Lucia

Cappella di S. Lucia 

Vi era in questo luogo già un’antichissima Cappella dedicata a S. Giacomo. Ritroviamo nella Chiesa dedicata alla Santa Martire degli Occhi, la mano del Vanvitelli per il prospetto e il dono di Ferdinando per le campane e il portale, che derivano dalla demolizione dell’antico Convento della Croce di Palazzo, abbattuto per far posto all’odierna Piazza del Plebiscito a Napoli. Accanto alla Chiesa l’antico Convento Dei Padri Riformati, voluto ardentemente all’inizio del 1600 da Giuliantonio Acquaviva, Principe di Caserta. Il Convento, anche per il fatto della particolare benevolenza dei Borboni verso i Frati che lo occupavano, fu requisito da garibaldi per le sue truppe e poi ceduto al demanio. Altre due Chiese si incontrano lungo la via Giulia: quella Parrocchia di S. Bartolomeo che ritroviamo già nella bolla di Alessandro III Papa senese, nella concessione del privilegio sulle Chiese casertane al Vescovo Porfirio e quella più piccola di S. Giuseppe con il grazioso campanile, che oggi è chiusa al culto. Dopo la Chiesa Parrocchiale, si può ammirare il bellissimo ma quasi diroccato Palazzo seicentesco dell’antica famiglia d’Elena. Di altre famiglie illustri del borgo, quella dei Ricciardi, dei Marzano e dei Daniele, si parla in due lapidi poste nella Chiesa Parrocchiale, che contiene anche una pregevole pala d’altare. Nel comprensorio di Centurano, al di là della via Giulia, si è sviluppato il parco Cerasole, insediamento nuovo e vivace, il cui toponimo deriva dall’antico“Cerasola”, ovviamente per la presenza di numerosi alberi di ciliegio. La Starza dei Cerasola formata da numerosi “moggia” di terreno appartenne prima a Bartolomeo Siginulfo conte di Telese e poi di vendita ai conti della Ratta, ai Vivaldo che già possedevano S. Benedetto e Macerata, poi alla famiglia Cordua e Don Marcantonio Pagano.

Centurano, Chiesa di S. Bartolomeo (secolo XII)

Centurano, Chiesa di S. Giuseppe con il campanile  

IL CASALE DI SAN CLEMENTE

“Ecclesiam S. Sebastiani de Turre, ecclesiam S. Bartholomei, ecclesiam S. Leuciti, ecclesiam S. Clementis”: faceva parte la Chiesa di S. Clemente, da cui prende il nome la borgata a sud – est del centro cittadino, del “privilegio”, che il Papa Alessandro III da Siena, con la bolla dell’anno 1178, concedeva al Vescovo casertano Porfirio, prendendo sotto la sua diretta protezione le Chiese summenzionate, insieme a molte altre e confermandone poi tutte le rendite sui beni presenti e futuri. Questo Papa tanto combattivo, quanto insigne teologo, dopo vicende alterne della sua avventura papale, riuscendo finalmente a tornare a Roma, riaffermava così il potere della Chiesa sul regno Normanno, di cui la contea di Caserta con i suoi casali subiva le continue vessazioni nelle lotte tra i suoi feudatari.

 

Chiesetta Medievale di Santa Maria a Macerata

Incontreremo spesso questo Papa parlando dei nostri borghi e anche il Vescovo di Capua Sennete, che diedero praticamente una identità e delle regole alla maggior parte dei villaggi riunendoli intorno a una Chiesa da cui spesso prendevano il nome. Il casale di S. Clemente, alle porte dell’antica Calatia, distrutta due volte, prima dai saraceni e poi da pandone il rapace, era forse il più popoloso di tutti i villaggi formatisi alla base e sulle pendici del Tifata, allorquando dalle fortificazioni di Casa Hirta, piccoli nuclei avevano cominciato a trasferirsi a valle, fermandosi presso un quadrivio, lungo un asse viario di collegamento, vicino a una sorgente e naturalmente sotto la protezione e intorno a una Chiesa. 

Questo casale secondo il Tavolario don Costantino Manni, contava già nel 1700 circa 1300 abitanti con farmacia, botteghe artigiane, chianca, e un orologio pubblico, voluto dagli abitanti. Il tipo di abitazione presente nell’architettura locale, era per lo più di tipo terranno con sopraelevazioni ad un piano. In questo periodo, secolo dei lumi, S. Clemente ebbe il suo momento di maggiore risonanza, in quanto nomi illustri nativi del borgo lo resero famoso in tutto lo stato di Caserta e fuori di esso. Ebbero qui i natali fra tutti don Francesco Daniele “dottore di legge” come ci racconta il suo dotto amico ed estimatore, Crescenzo Esperti del casale di Briano nelle sue “Memorie Istoriche della città di Caserta”. Storico ed epigrafista, il Daniele con le sue appassionate ricerche era riuscito ad allestire un piccolo museo, nel suo bel palazzo di S. Clemente, formato da avanzi archeologici ed epigrafi romane e dell’alto medioevo. 

Il Daniele aveva capito quanto importante fosse l’epigrafia, come disciplina ausiliaria nello studio della storia antica nelle sue parti politiche, sociali e religiose. Questa scienza infatti era fiorita proprio in questo periodo, da parte di tutti gli eruditi dell’epoca. Un altro Daniele, Giuseppe, alfiere del reggimento di fanteria di Agrigento, letterato anch’egli, autore di un trattato di “storia militare”, ebbe poi la cattedra di lettore di storia nella nuova Accademia Militare. Ancora un altro valoroso soldato, Luzio Pagani era di S. Clemente e la sua antica famiglia godeva dello “Jus Patronatus” su una delle Chiese di Casale. Fu inoltre originario del sito, Francesco Di Maio, autore di un poema latino “la Clementiade”, pubblicato nel 1841. Le Chiese presenti nel casale oltre a quella Parrocchiale di S. Clemente, erano dedicate alla Madonna delle Grazie, con diritto di patronato della famiglia Barone, a S. Antonio con diritto di patronato della famiglia Pagano: inoltre vi erano la Chiesa di S. Maria dei Sette Dolori con diritto di patronato della famiglia Daniele ed infine la Chiesa di S. Maria delle Grazie con diritto di patronato della casa Giordano.

 

Il palazzo Daniele ancora bello, è stato da poco ripulito nella sua parte esterna ed è testimonianza dell’importanza della famiglia che vi risiedeva.

LA BORGATA DI FALCIANO

“È stato strangolato, è stato strangolato! È un sacrilegio”. Con queste parole terrorizzato un prete sconvolto percorreva, correndo in cerca d’aiuto, tutto l’Episcopio di Falciano. Era stato ucciso, quella notte del quindici marzo del 1816, appunto per strangolamento, il vescovo di Caserta monsignor Vincenzo Rogadei. Di bocca in bocca si sussurrava nel silenzio dei palazzi e delle case, il nome del mandante del delitto, ma nessuno osava dirlo a voce alta. Il nome che non si pronunciava era nientemeno quello di Ferdinando I, che si era voluto vendicare per le simpatie manifestate dal Vescovo, per Gioacchino Murat, nel periodo di dominazione francese a Napoli. Comunque questo assassinio non ebbe giustizia e rimase avvolto nel mistero. 

 

FALCIANO, CHIESA DEI SANTI GENNARO E GIUSEPPE

Faceva parte, monsignor Rogadei, della serie di Vescovi vissuti nell’Episcopio di Falciano, da quando monsignor Diodato Gentile aveva agli inizi del seicento, trasferito la sede vescovile della Diocesi di Casa Hirta, dalle alture del borgo medievale, alla nuova in pianura. Abbiamo visto come pian piano si erano spostati in pianura nel villaggio Torre, le principali istituzioni compresa la sede del principe, da quando Ladislao D’Angiò Durazzo nel 1400 circa aveva concesso il mercato settimanale al Borgo. Solo l’Episcopio ed il Vescovo erano rimasti in collina, ma era diventato disagevole collegarsi con essi e poi si assisteva all’andata in rovina anche del castello, perché il principe aveva deciso di vivere nel villaggio Torre, ristrutturando il “Palazzo Vecchio” davanti al mercato, abbellendolo anche con giardini e fontane. Il Vescovo Gentile aveva scelto Falciano, per la presenza nel sito di un’antica casa, dono di Ferrante d’Aragona alla Chiesa casertana. Questo palazzo fu quasi rifatto dalle fondamenta ed i lavori durarono parecchi anni. Fu poi iniziata la costruzione nella nuova Chiesa di Falciano che fu dedicata a S. Gennaro e più tardi anche a S. Giuseppe.

 

Nel nuovo palazzo vescovile, con ampio giardino, venivano istruiti sessanta seminaristi circa, con l’aiuto di insegnanti scelti con cura, e di una ricca biblioteca. Uno dei Vescovi, che si distinse nei 250 anni della permanenza della sede vescovile a Falciano, fu monsignor Spinosi, che fece costruire un nuovo seminario ed abbellire con fondi propri la Chiesa di S. Gennaro. L’altra Chiesa del borgo, molto più antica dedicata alla Madonna Assunta cominciò ad essere trascurata ed andò in rovina. Questa Chiesa intorno a cui si raccoglieva il villaggio, viene già nominata nella bolla del 1113, dal Vescovo Sennete, metropolita di Capua, come “Santa Maria da Fauzano”. Più tardi la ritroviamo nel privilegio, del 14 agosto 1178 del Papa Senese Alessandro III, concesso al Vescovo Porfirio sui beni presenti e futuri della Chiesa casertana, con il nome di “Santa Maria de Fauciano”. Quindi il casale di Falciano è molto antico, se già la sua Chiesa era citata in questi documenti. 

 

Falciano, vista del campanile della Chiesa dei SS. Gennaro e Giuseppe

Il toponimo forse, risale alla parola “faucis” nel significato di ingresso di valle, per la sua posizione strategica in piano. Il Tavolario don Costantino Manni, nella sua precisa relazione, voluta da Carlo III a metà settecento, ci racconta che in quel periodo gli abitanti del casale, erano in numero di 384, con sei preti. Quindi il periodo d’oro di questo borgo era cominciato nel seicento fine a metà ottocento, quando improvvisamente Ferdinando II, volle fare di Caserta, ormai centro di Terra di Lavoro, una piazza d’armi e scegliendo quindi come caserma di un reggimento di fanteria e come padiglione militare proprio l’Episcopio ed il Seminario, che furono costretti a trasferirsi in due palazzi di via S. Carlo. Con la venuta dei soldati, il numero degli abitanti giunse a 1437. In questo periodo il casale ebbe un momento di gloria, per la fioritura poetica del canonico Francesco Ricciardi, nativo del luogo ed autore di un poema “La Caduta di Adamo”: aveva pubblicato anche un elogio funebre di Ferdinando I. L’antica Chiesa di S. Maria, andata in rovina, fu ricostruita per volere di Ferdinando II che l’arricchì anche di statue, campane ed arredi sacri.

 

Nel 1916 ancora bisognosa di cure, fu restaurata a spese della popolazione molto attaccata alla sua piccola antica Parrocchia. 

FALCIANO, ALTARE DELLA CHIESA DEI SS. GENNARO E GIUSEPPE

 

Essa si compone di una sola navata con due cappelle con altari in marmo ed in pietra; la balaustra in ferro. La nuova Chiesa seicentesca di SS. Gennaro e Giuseppe si compone di una sola navata con a lato due cappelle con altari in marmo pregiato, un battistero in pietra con copertura in legno. Per la cura dei morti fu fondata nel 1775 la Confraternita di S. Giuseppe.

Falciano, particolare del Pulpito nella Chiesa dei SS. Gennaro e Giuseppe

IL CASALE DI CASOLA

“Imperocché vi sono quattro fonti, tutti scorrenti dai Monti Tifata, uno detto di Linara, che serve per li casali superiori, l’altro chiamato Atellana per il medesimo uso, il terzo, sopra la città di cui si servono tutti, il quarto fonte dedicato a Giove in cui pensavano egli si andasse a deliziare con Diana Tifatina!”, così ci racconta, nelle sue “Memorie Istoriche della città di Caserta” Crescenzo Esperti storico del ‘700 nativo di Briano, a proposito delle sorgenti più note dei Colli Tifatini. “A fundane e Giove”, ancora oggi viene chiamata così, quella che sgorga nel territorio del Casale di Casola: l’acqua di questa sorgente ad opera del validissimo intendente del Re cavalier Neroni, fu portata verso la nuova città in pianura e si possono ancora osservare nel Casale queste opere di canalizzazione non più in uso (Ferraioli). Anche se nel ‘700 si parlava di Casola per la freschezza della sua acqua sorgiva, la sua origine è però molto più antica. Il suo toponimo è molto semplice nel significato derivato dal latino “Casula” piccola casa, oppure come casa con il suffisso “ola”. La sua Chiesa intestata a S. Marco, la troviamo già menzionata nella Bolla dell’anno 1113 con cui Sennete, metropolita di Capua, riordinava la Diocesi di Caserta, enumerandone le Chiese sotto Rainulfo, da poco Vescovo di Caserta.Egli rimase in quella carica fino al 1127, ma fece in tempo a dare il via ai lavori al Duomo della “Civitas”, che poi durarono quasi cento anni.

CASOLA, IL CAMPANILE DELLA CHIESA DI S. MARCO

Anzi l’occasione di questa imponente costruzione, incrementò sicuramente per un periodo limitato la popolazione non solo di Casa Hirta ma anche dei casali vicini, per la presenza massiccia di manodopera proveniente da lontano. Il nome della Chiesa di “S. Marci de Casule”lo ritroviamo nel Privilegio sulle Chiese casertane, concesso dal Papa Alessandro III al Vescovo Porfirio nell’anno 1178. Casola si estende nel pianoro orientale in vetta ai Colli Tifatini, nell’immediato suburbio dell’antica Casa Hirta, che torreggiava sui Casali. Gli abitanti si riunivano quindi intorno alla loro Chiesa già intorno all’anno 1000, in quella valle chiusa e protetta da venti, per difendersi sotto l’ala del loro pastore, contro lo strapotere dei feudatari. Infatti i casali della zona e specialmente quelli più vicini al castello Fortezza, risentivano maggiormente e sempre in senso negativo delle alterne vicende dei suoi conti, che tra l’altro, come vassalli turbolenti, cambiando facilmente bandiera, si attiravano le ire armate ora dell’uno ora dell’altro regnante. I conti guerrieri, ed in particolare quelli della famiglia Della Ratta con il loro capostipite Diego che aveva ottenuto la contea agli inizi del ‘300 da Roberto D’Angiò, imperversavano nella zona, fino all’ultimo Francesco che alla fine del ‘400 si era messo in urto con il Vescovo di Caserta Francesco Antonio per il possesso proprio dei casali di Puccianiello e Casola. Alla fine era dovuto intervenire addirittura il Papa Sisto IV, che aveva dato istruzioni definitive all’arcivescovo di Capua di mettersi d’accordo con il conte, lasciandogli i due casali, in cambio di altri beni immobili. Naturalmente anche le calamità naturali ogni tanto decimavano la popolazione: dobbiamo arrivare al 1635, quando la proprietà di Caserta ed i suoi casali, passò dai principi Acquaviva, per matrimonio, a don Francesco Gaetani duca di Sermoneta, e si fece l’inventario dei beni e delle anime, per contare in Casola trenta fuochi circa. Contemporaneamente si era popolato, raggiungendo il numero di 179 fuochi, il casale Torre in pianura arricchendosi proprio degli abitanti che lasciavano Casa Hirta, che cominciava a declinare come importanza. Nella relazione inventariale, si lodava la bontà degli abitanti, la laboriosità e la longevità delle donne. In tutto lo stato feudale che cambiava padrone, si contavano “120 sacerdoti, 13 dottori di legge, 5 medici, 3 cerusici, 13 notai, 8 speziali e diversi artieri”. La tipologia architettonica di Casola rispecchiava quelli dei borghi vicini, con case rurali in tufo e cortili interni per la vita della famiglia con la vista sulla campagna vicina. La Chiesa di S. Marco consacrata parrocchia, già nel 1223 (De Felice), acui si accede attraverso una gradinata, rifatta da pochi anni, conserva nella sua navata centrale 14 pregevoli tele che compongono la Via Crucis. Nella volta della stessa navata sono affrescati i Santi Protettori Marco, Vitaliano e Michele. Nel soffitto delle navate laterali, sono dipinti degli angeli. Sull’altare maggiore, in marmi policromi, troneggia una statua di S. Marco in terracotta. Lungo la navata destra si incontra una fonte battesimale in pietra bianca, molto antica: nella navata cntrale accanto al presbiterio un leone in marmo bianco del XIII secolo è la base di una colonna anch’essa in marmo che sostiene il cielo pasquale. Due preziose acquasantiere a forma di conchiglia del XVII secolo, si notano all’ingresso della Chiesa. Il campanile che si trova sulla facciata sud fu demolito nel 1953 e ricostruito 3 anni dopo sul lato nord della Chiesa. Attigua alla Chiesa parrocchiale dal 1870 ha sede la confraternita del SS. Rosario, fondata però già nel 1600. Essa conta ancora oggi circa 300 iscritti, di cui 100 sono donne. Due personaggi nativi di Casola, che si misero in luce, ognuno nella sua epoca, furono il beato Giacomo Basilio ed il parroco Giacomo Fiorillo. Del primo scriveva l’Esperti che “fiorì il 1273 e fu verace imitatore di S. Tommaso d’Aquino e sollecitissimo in tutte le opere di Dio”. Il sacerdote Fiorillo, invece, visse nel ‘700 e fu un teologo insigne del seminario di Falciano. Come Sommana anche Casola ebbe un momento di gloria quando alla fine di settembre del 1860 sul suo territorio l’esercito regio riuscì a frenare per un attimo Garibaldi nella sua avanzata verso Napoli.

CASOLA, L’EREMO DI S. VITALIANO 

VISTA FRONTALE DELL'EREMO

S. Vitaliano nacque nell’antica Capua nel VIII secolo. Fu ordinato vescovo della sua città per le sue qualità ed i suoi costumi e svolse questa missione con grande umiltà e devozione. Nonostante ciò, fu avversato da uomini infidi che tramarono contro di lui e, durante la celebrazione di una funzione notturna, lo accusarono di immoralità. S. Vitaliano, amareggiato, andò via da Capua dirigendosi verso Roma, sempre angariato dai suoi persecutori. 

S. VITALIANO

Durante la sua assenza la città di Capua fu colpita da carestia, malattie e grande siccità, e i capuani compresero di essere incorsi nella punizione del Signore per quanto avevano fatto al Santo e non esitarono a cercarlo per farsi perdonare. S. Vitaliano ritornò a Capua ed impetrò la grazia della pioggia, che cadde copiosa. Però rifiutò l’episcopato per ritirarsi a vita eremitica in un luogo dell’antica Caserta chiamato allora Miliarum (o forse Maltanum) e qui trascorse alcuni anni compiendo molti miracoli. Negli ultimi anni della sua vita, il Santo si ritirò sul monte Virgilio (Vergine), dove morì, forse il 16 luglio dei primi anni del ‘700. Il suo sepolcro divenne meta di pellegrinaggi e devozioni, ma poi cadde in rovina perché il luogo divenne disabitato a seguito di incursioni saracene. Successivamente, ritrovato dai pastori, fu portato nel Monastero di Monte Vergine e poi, nel 1120, trasferito da Papa Callisto II nel Duomo di Catanzaro, città di cui è attualmente protettore.

INTERNO DELL'EREMO DI S. VITALIANO

Citato nella Bolla del 1113 dell’Arcivescovo Sennete, metropolita di Capua, l’Eremo, secondo la tradizione, fu costruito da S. Vitaliano durante il suo romitaggio in Miliarum (o Maltanum), località del territorio di Caserta, dove visse alcuni anni compiendo miracoli. La struttura, risalente ad epoca successiva all’VIII secolo, è stata più volte rimaneggiata, e, perciò l’autenticità delle origini è alterata. Interessante il campanile che, con il suo stile sobrio, conferisce eleganza al complesso. L’Eremo di S. Vitaliano è annotato nelle visite pastorali dei Vescovi di Caserta dal 1627 al 1812. Nel 1700 ne veniva denunciato il cattivo stato di conservazione. È nominato da Michele Monaco in “Sanctuarium Capuanum”(1630) e da Crescenzo Esperti in “Memorie istoriche ed Ecclesiastiche della città di Caserta”(1775). Il restauro del 2001, voluto dal Parroco di S. Marco di Casola, Don Valentino Picazio, ha ripristinato la copertura a capriata, tipica dell’alto Medioevo, ed ha eliminato superfetazioni ornamentali riportando alla luce l’essenzialità delle linee architettoniche primitive.

VISTA LATERALE DELL'EREMO

L’”Eremo di S. Vitaliano Associazione ONLUS” è sorta con lo scopo di tutelare, promuovere e valorizzare l’Eremo attraverso un’opera di restauro conservativo. Le donazioni di imprese e di privati cittadini sono deducibili per un ammontare complessivo non superiore al 2% del reddito dichiarato, richiedendo all’Associazione la relativa ricevuta da allegare alla dichiarazione. L’Associazione biblica “Eremo di S. Vitaliano” ha lo scopo di rendere questo luogo un centro culturale e spirituale della Diocesi di Caserta.

N.B.Ogni domenica e nei giorni festivi viene celebrata la S. Messa alle ore 12,00

Per le informazioni inerenti a tutte le iniziative legate all’Eremo di S. Vitaliano, rivolgersi a Don Valentino Picazio, Parroco della Chiesa di S. Marco Evangelista in via D’Aquino 2 – 81020 Casola di Caserta (CE)

Tel. 0823–371560  /  0823-214552

IL CASALE DI SOMMANA

“Gli sia tagliata la mano destra!” Con queste parole il viceré di Napoli, Pompeo Colonna, Cardinale, nel 1531 condannava il fedele gentiluomo di stanza, Giambattista Alois del Casale di Sommana, appunto al taglio della mano destra. 

PALAZZO ALOIS

Il delitto, per cui una persona di rango come il nostro cavaliere, veniva condannato a una così grave pena, era stato un diverbio banale, trasceso poi a via di fatto, con un altro gentiluomo, suo pari, in un’anticamera del Palazzo Reale. Eppure l’Alois era stato un ottimo servitore ed anche un buon guerriero, avendo seguito Camillo Colonna nelle sue guerre tra feudatari. Pompeo Colonna, creato Cardinale dal Papa Leone X, dopo una lite avventurosa costellata di battaglie, era stato eletto viceré di Napoli nel 1530. Comunque egli non perdonò l’Alois e la condanna fu eseguita:per intercessione però, di una dama di corte, la principessa Isabella Villamarino, moglie del principe di Salerno, gli fu troncata la mano sinistra invece della destra. Giambattista Alois morì poi più tardi nella sua casa di famiglia a Sommana nel 1547. Nel cortile di essa, a sinistra di chi vi entra, vi è una lapide che ci parla di lui. Il feudo di Sommana apparteneva al conte di Casa Hirta, Francesco Della Ratta, figlio di Giovanni e Anna Orsini.

 

SOMMANA, PALAZZO IN VIA CONTE TOMMASO DI CASERTA 

Il conte Giovanni, era stato un fedelissimo di Alfonso d’Aragona, che gli aveva riconfermato ed allargato i confini della contea. Francesco che risiedeva oltre che a Casa Hirta, spesso anche a S. Agata dei Goti,ogni tanto quando aveva bisogno di denaro, vendeva qualche sua proprietà. Nel 1471 aveva venduto infatti il feudo di Sommana con 50 moggia di terreno ai fratelli Bartolomeo, Ettore ed Antonello Alois, della “Villa di Piedimonte di Casolla”. Sommana sorge sulla cresta dei Colli Tifatini, nell’amenissimo e verde pianoro orientale, nascosto alla vista insieme a Casola e Pozzovetere, vicinissimo a Casa Hirta, di cui doveva essere una espansione ad est. Il toponimo è di chiara derivazione morfologica, in quanto dopo Casetavecchia  è Sommana il borgo di maggiore altitudine con i suoi 365 metri. Si trova l’appellativo “de Summana” riferito alla Chiesa di S. Maria, nella bolla del 1113 con cui l’Arcivescovo di Capua Sennete, stabiliva iconfini della ripristinata Diocesi casertana con tutte le rendite presenti e future, al Vescovo Porfirio. 

CARATTERISTICA STRADINA  DI  SOMMANA

Nella stessa bolla, sempre in riferimento alle Chiese più vicine al perimetro della “Civitas”, troviamo denominazioni come “Buccamuzzo, Juniano, Atellana, Montecillo, S. Erasmo”, le cui Chiese di riferimento sono sparite, ma che sono rimaste nella memoria popolare in riferimento a precise località. Sommana, più vicina al castello Fortezza, seguiva evidentemente le sorti dei suoi conti, quindi assedi più o meno lunghi, carestie che ne seguivano, per non parlare di eventi naturali come terremoti o pestilenze. Nel 1600 il borgo contava appena 23 fuochi i cui componenti erano dediti all’agricoltura ed alla pastorizia. Il Tavolario don Costantino Manni, nel suo reperto notarile eseguito nel 1749 per Carlo III di Borbone, riferisce che nel borgo non vi erano botteghe né “chianca” e gli abitanti erano in numero di 178 con 6 preti. La tipologia architettonica del luogo è tipicamente rurale, con terranei in tufo che s’allargano in luminosi cortili all’interno.

SOMMANA, CHIESA DI S. MARIA ASSUNTA

La Chiesa parrocchiale, che presenta una facciata molto lineare con un solo ingresso a cui si accede da un piccolo sagrato, è composto da una sola navata, con soffitto di tavole, un altare maggiore, tre cappelle, la sacrestia ed un piccolo campanile nella parte posteriore. Ancora un momento di gloria, lo visse Sommana, negli ultimi giorni del settembre 1860, con gli ultimi scontri avvenuti proprio a Casertavecchia, Casola, Sommana e Pozzovetere, tra Garibaldi e le forze Regie.  

PIEDIMONTE DI CASOLLA

“È Colpevole di eresia, sia giustiziato!” con queste tremende parole, il tribunale dell’inquisizione, stabiliva la fine della bellissima vita di Gianfrancesco Alois, poeta e gentiluomo di Piedimonte di Casolla, nella cui casa si riunivano amici, poeti, letterati e si dissertava tra l’altro, sulle nuove teorie religiose dell’Ochino, del Valdes’ ecc.. Si saliva lungo la collina Tifatina e la dolcezza dei luoghi, i freschi boschi, invitavano a lunghi soggiorni, i fortunati ospiti degli Alois. Non a caso sul marmo d’ingresso del loro palazzo, ere inciso “domus amicis apertissima”. Il poeta Flaminio scriveva, dopo essere guarito da una fastidiosa gastrite, proprio dopo una lunga permanenza nella loro casa, che il sito era “pulcherrimus omnium locorum”. Ed infatti, lungo, il percorso Tifatine, che all’epoca era coperto di querce, olmi, gelsi, si incontra il borgo denominato Piedimonte di Casolla, il cui toponimo è di chiara derivazione morfologica, in quanto località ai piedi di Casa Hirta. Si aggiunge la specificazione di Casolla, poiché la comunità si appoggiava al vicino casale appunto di Casolla, più sviluppato dal punto di vista commerciale ed artigianale. La denominazione è molto antica in quanto già menzionata a proposito della Chiesa di S. Rufo “de Pedemontis”, 

INTERNO DELLA CHIESA DI S. RUFO

 

nella bolla dell’Arcivescovo di Capua, Sennete del 1113 e nel privilegio concesso dal Papa Alessandro III al Vescovo Porfirio, sulle Chiese casertane e sulle loro rendite presenti e future. Si parla poi di Piedimonte di Casolla in tutti i documenti che si riferiscono all’Abbazia di S. Pietro ad Montes, ospitato in questo sito. Anzi la presenza proprio di questa imponente Chiesa, la cui costruzione si fa risalire tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ed il fatto che il villaggio sorgesse sull’asse viario per Casa Hirta, sede comitale e del Vescovo, diedero un incremento significativo alla popolazione, per cui anche l’architettura locale ebbe un discreto impulso. 

AFFRESCHI VISIBILI ALL’INTERNO DELLA CHIESA DI S. RUFO

 

Infatti come tutti i villaggi, formatisi per il progressivo trasferimento verso valle di piccoli nuclei familiari che abbandonavano le mura protettive della “Civitas”, divenute limitative per la nuova ripresa del lavoro e del commercio, per le vie impervie e per il fatto che i conti guerrieri erano spesso lontani a combattere per questo o quel signore, anche Piedimonte di Casolla ebbe momenti di crescita ed altri di carenza demografica: un periodo buono fu il cinquecento, in cui ritroviamo nel borgo anche una grande partecipazione culturale con la famiglia Alois, ed un periodo negativo, il seicento, anche a causa della peste che aveva decimato con la sua virulenza tanta parte della popolazione, un po’ dappertutto. Ancora oggi percorrendo le strette viuzze del borgo, troviamo le antiche abitazioni in tufo abbastanza conservate e dai caratteristici portali ad arco, si intravedono scale, scalette, colonne ed ariosi cortili che guardano verso la pianura. Alla fine di una di queste stradine, alla sommità di una scalinata, i cui gradini mostrano lo strofinio del tempo, si apre il sagrato della Chiesa di S. Rufo, 

CHIESA DI S. RUFO - XI SECOLO

 

antica quanto l’Abbazia di S. Pietro ad Montes, ma molto più semplice nella sua architettura ad una sola navata, decorata con affreschi ancora visibili, in cui si può riconoscere un Cristo Pantocratore ed il miracolo di S. Giorgio e il drago. Una lapide marmorea al lato dell’altare parla di Gianfrancesco Alois,

LAPIDE NELLA CHIESA DI S. RUFO A GIANFRANCESCO ALOIS

 

il nostro letterato accusato di eresia specialmente da un conterraneo, il Cardinale Santorio del casale di Ercole, che fu certamente testimone chiave per l’accusa, nel processo inquisitivo contro di lui. Il pavimento della Chiesa, in maioliche della fabbrica Massa di Maddaloni, fu aggiunto molto più tardi, a metà del ‘700 circa. Il campanile che si affaccia nel sagrato, perpendicolare alla Chiesa, presenta due piccole aperture ad arco per due campane, anch’esse piccole. Questa Chiesa dedicata al predicatore ravennate e martire Rufo, divenne parrocchia nel 1600. L’altra importante presenza religiosa nel tenimento di Piedimonte di Casolla è la Basilica Benedettina di S. Pietro ad Montes. 

LATERALE DELLA BASILICA DI S. PIETRO AD MONTES - XI SECOLO

 

Grande di opere specialmente religiose vi fu, in quegli albori del secondo millennio, anche in queste nostre contrade in cui si erano mescolati i profughi dell’antica Galazia con i rudi Longobardi ed i nuovi invasori Normanni. L’Abbazia, complesso monumentale, costruita con materiale di spoglio, sulle rovine di un antico tempio dedicato a Giove Tifatino mostra le colonne che suddividono le tre navate, di diversa misura nel diametro e con i capitelli di ordini diversi. Affreschi sono ancora visibili all’interno ed all’esterno della Chiesa: monofore si aprono su ciascuna parete laterale. Il complesso ha subito modifiche nel corso degli anni per cui ad esempio le bifore del campanile,

 

BIFORE DEL CAMPANILE DI S. PIETRO AD MONTES

di lato alla costruzione sono state chiuse come anche le feritoie nelle pareti, che attestano il ruolo forse difensivo o di avvistamento, poiché girando intorno alla Chiesa vi era un passaggio che conduceva direttamente sulla strada per Casa Hirta.

PALAZZO ORFITELLI particolare

PALAZZO ORFITELLI particolare

 

IL CASALE DI CASOLLA

“È una delle gemme che incoronano la città, e sorge a ridosso dei Monti Tifatini dall’alto dei quali, l’apparita della Campania Felix si vede spiegare sotto il cielo; la quercia dal cupo fogliame e dal fusto superbo, il pino diritto, ma il pioppo, l’olmo, il noce, il castagno, il carrubo, il gelso sono buoni figlioli: scherza e folleggia sotto una colluvie di arbusti, cespugli, erbe ed erbette, sotto una inondazione di fiori!” Così si esprimeva il filosofo Enrico Ruta, parlando della borgata Casolla, in un volumetto da lui pubblicato a Milano nel 1924. Ed infatti Casolla è tra i più piacevoli borghi degli antichi Casali intorno a Caserta. Il suo nome deriva forse da “Casa” e “Ulla” qualche casa, per la scarsità iniziale degli abitanti, oppure da “Casa” e “Colla” in riferimento all’attività artigianale della lavorazione della colla, caratteristica del sito. Ancora potrebbe derivare da “Casa” e “Olla” recipiente per l’olio, per la presenza forse di alberi di olivo. L’architettura del Casale ci fa scoprire nella copertura di alcune case, grandi ed alte aperture, generalmente ad arco in cui si essiccava la colla prodotta in quasi tutta la zona.

CASOLLA, LE COLLERE

 

 L’insediamento degli Abati cassinesi con l’edificazione di S. Pietro ad Montes, aveva favorito questo borgo in quanto i frati benedettini secondo la loro regola “ora et labora”, avevano introdotto questo tipo di lavorazione. Già in alcuni documenti della metà del 1400 si legge a proposito di beni dell’abbazia, in Casolla, di “Edificia ad Conzeriam”. Come tutte le contrade sorte a poco a poco sulle pendici del Tifata, per il trasferimento verso valle di piccoli nuclei familiari provenienti da Casa Hirta, Casolla cominciò a popolarsi verso il 1300. Nel seicento contava 94 famiglie o fuochi ed era fornito di farmacia o spezieria di medicina e la “chianca” perché il Casale era un punto di riferimento per i piccoli insediamenti vicini. Nel secolo successivo gli abitanti raggiunsero il numero di mille e si contavano anche tre medici, un notaio e ben 14 sacerdoti, perché la Chiesa parrocchiale dedicata a S. Lorenzo con bolla Pontificia del 1751, 

CASOLLA, CHIESA DI S. LORENZO

 

godeva della fondazione della Collegiata composta da 12 preti, di cui il parroco era il capo ed arciprete. A mantenere la Collegiata bastavano le rendite dei terreni donati da alcune famiglie del Casale, come ad esempio i d’Errico, i Ruffo, Giordano, il marchese di Montanara, intestatarie anche delle cappelle all’interno della Chiesa. Questa Chiesa patronale ricostruita nel 1600 sulle rovine dell’omonimo antico tempio, era già nominata nella bolla di Sennete del 1113, e poi più tardi nel Privilegio sulle Chiese casertane, concesso dal Papa Alessandro III da Siena al Vescovo Porfirio. All’interno diviso in due navate, essa presenta marmi policromi ed intarsi di grande effetto nell’altare maggiore e in quelli delle cappelle, affreschi abbastanza conservati ed una pala dell’Annunciazione. Accanto alla Chiesa vi è il campanile il cui orologio poggia su piastrelle di maioliche della fabbrica Massa di Maddaloni. Andando verso il borgo di Piedimonte di Casolla,

PALAZZO COCOZZA DI MONTANARA - XVI SECOLO

 

 incontriamo la struttura del bel palazzo Cocozza di Montanara con il portale decorato in piperno, una torre a chiusura laterale ed elementi architettonici aggiunti nel corso degli anni in particolare per le finestre che presentano cornici catalane e settecentesche, nei tre piani. Nell’androne del palazzo vi è una iscrizione, in cui si pone in evidenza il privilegio di “Famiglia Fidelis” in quanto la famiglia non aveva partecipato alla congiura degli altri baroni, contro Ferrante d’Aragona. 

PARTICOLARE DI UNA FINESTRA DEL PALAZZO COCOZZA DI MONTANARA

 

Di fianco all’antico palazzo vi è la proprietà Pallozzi, con sulla facciata, due bassorilievi molto antichi, con iscrizioni in latino ed in alto, a chiusura della costruzione, la tipica “collera”. 

Palazzo Pallozzi

Certamente la lavorazione della colla, al contrario di come ci descrive il Ruta, non conferiva poi molti profumi alla contrada, tanto che si può leggere di un processo intentato contro un tale Nicola Cutillo, accusato di ammorbare l’aria con il fetore del carniccione della sua fabbrica. Carnicci e scarti di pelli erano le materie prime da cui partiva il processo produttivo della colla, che avveniva in condizioni di lavoro appesantite non solo dal cattivo odore, ma anche dalle ben quattordici ore lavorative giornaliere. Per la cronaca, il Cutillo vinse il processo anche perché il Re aveva già stabilito con un dispaccio reale del 1752 che la lavorazione della colla doveva avvenire solo nei tre mesi più freddi dell’anno, proprio per agevolare la popolazione, ed il Cutillo riuscì a dimostrare che egli seguiva le regole attraverso le numerose testimonianze dei suoi vicini.  

CASOLLA, COLLERE SUL PALAZZO PALLOZZI

 

SAN LEUCIO “COLONIA REALE AMATISSIMA”

“Don Vincè, aita, fa cose e pazze!. Con queste parole, Ferdinando I di Borbone incoraggiava il suo fuochista di fiducia, Vincenzo Ardito, che preparava i fuochi d’artificio per la visita a San Leucio dell’arciduchessa Maria Clementina, fresca sposa dell’erede al trono Francesco.

 

CHIESA DI SAN FERDINANDO

Era l’anno 1797 in luglio e la reale sposa, giungendo a San Leucio, rimase incantata dei luoghi, della magnificenza di archi, colonne, ghirlande di fiori in stucco, sistemate nel palazzo del Belvedere. San Leucio sul versante meridionale del Tifata, a 145 metri sul livello del mare, ha nella sua memoria storica insieme alle straordinarie creazioni dei maestri della seta, anche la vita dei Borboni, che vi si rifugiavano lasciando la rumorosa e pericolosa capitale, in cerca di sicurezza, di semplicità, di quiete nei suoi boschi e nelle sue vigne. 

LA GRANDE SETERIA

Questa borgata, che deve il suo nome al Santo Vescovo di Brindisi, patrono della pioggia e delle malattie polmonari, era già stata tenuta in grande considerazione come luogo di riposo e di villeggiatura dei principi Acquaviva signori di Caserta, fino al 1634, che vi avevano costruito “L’Imperial Palaggio del Belvedere”. 

INTERNO DEL BELVEDERE

Infatti quale magnifico vedere, meglio della Campania Felix fino al mare, che si distendeva da San Leucio a perdita d’occhio e che ritroviamo nelle tele di Hackert, nelle tempere del Fergola, negli oli del de Sanget, per enumerare solo alcuni degli artisti dell’epoca. 

UNA FONTANA NEL BORGO DI SAN LEUCIO

Ferdinando aveva poi voluto, in quel periodo, siamo nel 1773, un altro casino di caccia, con vista sul fiume Volturno, più confortevole per ospitare la famiglia reale, durante i lunghi periodi di soggiorno nel sito. Qui anche la giovane Maria Carolina infervorata dalle idee che venivano dalla Francia, nella nuova ricerca del bello, del genuino, addirittura del selvaggio e sull’esempio quindi del bucolico Petit-Trianon di Versailles con le sue felici pastorelle, fece installare sul declino meridionale, sotto il casino reale, una “Vaccherie suisse” con nuove tecniche di allevamento di vacche. Dopo qualche anno, l’edificio fu utilizzato come fabbrica di calze e poi come cotonificio. 

In tanta serenità qui però, ebbe la sorte di ammalarsi e morire il piccolo erede al trono Carlo Tito per cui la coppia reale, abbandonò quel luogo di doloroso ricordo e il Re, diede incarico al Collecini di rimettere in ordine il palazzo del Belvedere, che era in condizioni disastrose, per farne una nuova residenza reale. Due anni prima, nel 1776, Ferdinando aveva già fatto trasformare il salone di ricevimento del vecchio palazzo in chiesa, per gli abitanti del borgo, intitolandola a San Ferdinando di Castiglia, di cui portava il nome ed assegnandone la rendita, all’Abbazia di San Pietro ad Montes.Poi, per la propensione verso l’agricoltura e l’arte manifatturiera in particolare ereditata da suo padre che ne era stato il precursore e sull’esempio di Enrico IV di Francia che egli ammirava moltissimo e dei cui ritratti aveva riempito le sue dimore, aveva incrementato allevamenti di pecore merinos spagnole in Puglia e nella tenuta di Carditello, l’allevamento dei cavalli, sempre a Carditello e a Persano, la coltura di vigneti in Sicilia e a San Leucio, fabbriche di formaggi ancora a Carditello a Caserta e in Abruzzo, cotonifici a Lecce, a Cava, ed ancora a Caserta, fabbriche di bottiglie a Castellammare ed a Posillipo, Cartiere a Vietri, lavorazioni di pelli in particolare di guanti a San Leucio; gli fu naturale quindi dare un forte impulso anche alle fabbriche di stoffe di seta, che avevano nel regno già una importante tradizione e le scuole professionali per quel settore, volute da Carlo III ne erano una testimonianza. 

La fabbrica di San Leucio, voluta da Ferdinando, diversamente dalle varie scuole del Carminello a Napoli, di San Giovanni di Reggio, di Portici, che erano gestite con fondi speciali, di casse private, beneficava invece, dell’intervento economico diretto del sovrano, che aveva trovato nel sito i requisiti ideali, come le acque caroline, la coltivazione dei gelsi, la mitezza e la buona predisposizione al lavoro della piccola popolazione. Già sua madre, Maria Amalia di Sassonia, aveva voluto in quel luogo le colture di alberi di gelso e aveva anche fatto venire da Bologna, il seme per l’allevamento dei preziosi bachi. Erano nati all’epoca, piccoli laboratori familiari, proprio dei custodi e dei guardiacaccia della riserva reale. Ferdinando nel decidere la riattazione del Belvedere, aveva incaricato il Collecini di costruire un edificio industriale con al centro l’antico palazzo, sbancando il fianco della montagna e sviluppando in tal modo gli impianti di una manifattura di veli già presente e organizzata dal 1775. In questo complesso, avrebbero trovato posto, oltre all’appartamento reale, le abitazioni per i maestri della seta, una scuola normale, una sala per la filanda, incannatoio e filatoio ed altri locali per usi svariati.

 

A nord del corpo principale della fabbrica, vi erano gli alloggi per il seguito reale, ad ovest le cucine e nelle parti inferiori, impianti per fare il vino e depositi per la produzione locale di olio, frutta, formaggi, cacciagione, per le necessità alimentari della popolazione. Uno dei pochi lussi del rinnovato casino degli Acquaviva, un bagno in stile pompeiano, naturalmente per i reali, con una grande vasca e il soffitto affrescato dal pittore preferito di Ferdinando, il tedesco Hackert. La passione che gli si sviluppava, per qualcosa di cui egli solo era padre e padrone, mentre Maria Carolina, ormai di diritto nel consiglio di stato, ere tutta presa dalla politica del regno, incoraggiò Ferdinando a dotare il piccolo Borgo anche di leggi speciali, un nuovo codice fatto su misura per una popolazione, come quella della Colonia, in cui erano venuti a convivere, tutti esperti nell’arte della seta, il francese, il piemontese, il lombardo, il toscano ed anche il galeotto. Naturalmente le radici di questo codice vanno ricercate, non solo nell’editto del 1769, con il quale il saggio Tanucci, aveva tracciato un programma di rinnovamento, nell’educazione del popolo, ma anche nell’idea di uguaglianza, che contrapponeva la persona del Re ai poteri feudali ed ecclesiastici, ed ancora il moderno trattato “Della Scienza della Legislazione”, di Filangieri. 

Era il periodo in cui, non ancora reazionario, Ferdinando, veniva considerato dal Galante “Savio Principe Umano”. Comunque una spinta a creare qualcosa di importante, che portasse solo la sua impronta era venuta al Re sicuramente anche da un viaggio che egli aveva fatto in Lombardia, Piemonte e Liguria, paesi in cui aveva notato i progressi tecnici nell’agricoltura e nell’industria, per certi versi, ancora lontani dal suo regno. Sicuramente però, anche Maria Carolina, che conosceva gli Statuti della politica agraria di sua madre Maria Teresa e la protezione speciale di suo fratello Giuseppe II, all’artigianato, ebbero la sua influenza nella compilazione del codice leuciano. Inoltre, pur notandosi in esso, l’ortodossia religiosa, il paternalismo, l’orgoglio dinastico, le profonde accese convinzioni di Ferdinando sul potere regale, il codice fu sicuramente compilato, non solo ad opera di un grande esperto come Domenico Caracciolo, ma principalmente dal cavaliere Antonio Panelli di Bitonto, modesto, silenzioso e sconosciuto scrittore meridionale. E comunque in esso, dopo la premessa e l’obbligo delle pratiche religiose, venivano enunciati i doveri dei componenti della colonia, che erano un misto di norme, di ordine morale, di diritto pubblico e privato, amministrativo e sociale (G.Tescione). 

Tra queste il fatto che gli abitanti, dovevano vestire allo stesso modo, essere puliti, portare il lutto per non più di due mesi e semplicemente con una sciarpa nera per le donne e un bracciale anch’esso nero per gli uomini. Il giorno di San Leucio, si eleggevano cinque saggi, che insieme al parroco avevano l’incarico di sorvegliare l’andamento ed il rispetto delle leggi. Ogni matrimonio della colonia, doveva essere preceduto da un fidanzamento nel giorno di Pentecoste, e con l’età di almeno 16 anni per la sposa e 20 per lo sposo. Le doti maritali erano proibite ed era il re che donava ad ogni nuovo nucleo familiare una casetta e due telai. I più meritevoli nel lavoro venivano gratificati con medaglie d’oro, d’argento, direttamente dalle mani del Re e con un posto privilegiato in Chiesa in un banco speciale detto “del merito”.

IL CASALE DI GARZANO

“Arriva ‘o Re, arriva ‘o Re!” Con queste parole gridate festosamente, la piccola comunità di Garzano, Casale dello stato di Caserta, ad una voce annunciava l’arrivo nel sito, di Ferdinando di Borbone e di tutta la sua corte. Erano giunti da Napoli in tanti, con il Re, e la contrada, in cui non si poteva più circolare a causa di tanti cocchi eleganti, era letteralmente in contemplazione dei gentiluomini e delle dame, imparruccate, incipriate ed ingioiellate. L’avvenimento, per cui la corte si era spostata con carrozze e cavalli, valletti e palafrenieri, era l’arrivo dell’acqua del grande condotto Carolino, in tre grandi vasche, costruite per l’occasione e comunicanti fra loro. L’acqua detta Giulia, dal vecchio acquedotto romano, partendo dal Taburno, località “Frizzo” e percorrendo 21 miglia circa tra gallerie scavate nelle colline ed un superbo viadotto con arcate alte 60 metri, doveva alimentare le fontane e le vasche del parco reale, nate per la gioia dei sovrani.

VEDUTA PANORAMICA DI GARZANO

Garzano era il primo dei Casali a beneficiare di questa grandiosa realizzazione del Vanvitelli: comunque l’arrivo di tanta nuova acqua, che si aggiungeva alle sorgenti della zona, fu una benedizione per tutto lo stato, migliorando le condizioni igieniche, perché venivano assegnate “penne d’acqua” per ogni abitazione, in modo da riempire le cisterne di cui le case erano fornite. Non solo, ma se ne avvantaggiò notevolmente l’agricoltura, con una maggiore irrigazione, ed anche i molini, per la macinazione del grano, presenti nel territorio specialmente nella zona di S. Benedetto. Con la forza dell’acqua di un ramo dell’acquedotto Carolino, appositamente fatto deviare, cominciò anche a funzionare a S. Leucio un rotore disegnato dal geniale Patturelli, per muovere le macchine dei setifici. Inoltre si allargò alla città ed ai casali, la distribuzione attraverso la costruzione di fontane pubbliche. Garzano quindi ebbe il suo momento di gloria nella seconda metà del ‘700, ma la sua storia è molto antica. La borgata situata sulle pendici orientali dei colli Tifatini, in una piccola valle alla confluenza dei monti Calvo, Santacroce e S. Michele, era una piccola comunità tipicamente agricola e lo testimonia la sua tipologia architettonica rurale di terranei in tufo con aie, androni ed archi in tufo per sostenere qualche sopraelevazione. Il suo toponimo potrebbe essere di derivazione longobarda come “Garza”, con il significato di “Cardo”, oppure deriverebbe addirittura da un antico nome etrusco “Carzano”, con l’aggiunta del suffisso “anus”.

 

CHIESA DI GARZANO

Troviamo l’appellativo “da Carzano” a proposito della Chiesa di S. Vitaliano, nella bolla del Vescovo di Capua Sennete del 1113, in cui erano elencate tutte le Chiese del perimetro della “Civitas” e dei suoi Casali, riorganizzate in Diocesi. Si trova ancora Garzano in una lamentela dell’abate e dei monaci dell’Abbazia benedettina di S. Pietro ad Montes, al Re per il fatto di non poter godere “del ponticello e del boschetto di Carzano”. E re Carlo d’Angiò, che al suo arrivo aveva confiscato la contea di Caserta il 13 febbraio del 1270, aveva ordinato ai “maestri delle foreste di Terra di Lavoro”, di vigilare affinché i frati non avessero a lamentarsi. Troviamo ancora “S. Pietro da Garzano”, in alcuni documenti attestanti le decime pagate nell’anno 1327. La Chiesa di S. Pietro dipendeva come “Grancia” dall’imponente S. Pietro ad Montes e venne distrutta totalmente, probabilmente, dal terremoto devastante del 1688. Fu ricostruita quasi subito in pietra di tufo ad una sola navata chiusa da una volta a botte, con a lato il campanile ad un piano. La facciata settecentesca presenta delle lesene decorative ai lati del portale d’ingresso e come rifinitura del campanile. Al di sotto della navata centrale e della cappella di sinistra vi era la cripta, come cimitero del villaggio, già presente forse nella prima Chiesa. A metà ottocento per le cattive condizioni in cui si trovava, con l’assenso di Ferdinando II, furono spesi 726 ducati per opera di ristrutturazione completa. Sulla collina di Santacroce sorge poi una cappellina del 1600, restaurata agli inizi del 1900. La piccola comunità di Garzano aveva risentito, come tutti i villaggi Tifatini, non solo delle calamità naturali, ma anche delle pestilenze e delle carestie: specialmente queste ultime della prima metà del 1300, avevano impoverito demograficamente tutta la zona. Bisogna arrivare al 1500, perché nel borgo si potessero contare 33 fuochi circa. È anche in questo periodo che Garzano fu legata al nome del poeta gentiluomo Gianfrancesco Alois del Casale di Piedimonte di Casolla, poi giustiziato per eresia, che dopo essersi avvicinato alle teorie del Valdes, dell’Ochino, del Romano, aveva aperto due scuole, in cui poter insegnare le nuove idee, di cui una proprio a Garzano. Infine nella località definita i “Pioppi”, si suppone abbiano preso stanza i “Castra Hannibalis”.  

 

IL CASALE DI PUCCIANIELLO

Un Landonolfo, conte di Chiazzo, secondo il Pratili, alla fine del X secolo, pare abbia donato al Monastero di Santa Maria delle Monache di Capua “partem Briani et Puczanelli in Caserta”. È così che incontriamo la denominazione “Puczanelli”, poi volgarizzata in Puccianiello, sicuramente appartenente alla terminologia longobarda, nel significato di piccolo pozzo. Un po’ più tardi ritroviamo questo nome in un’altra donazione, sempre secondo il Pratili, fatta questa volta al Monastero dei Benedettini di Capua da parte di Siginolfo di Caserta, consistente in un casale in “Puczanelli”.

Chiesa di Maria SS. la Bruna

Ancora troviamo questa intitolazione della nostra contrada, riferita alla chiesa Sant’ Andrea nella bolla del 1113 del potente metropolita di Capua, Sennete. Sappiamo che, con essa, si concedeva al vescovo casertano Rainulfo il privilegio su tutte le rendite presenti e future sulle chiese della Diocesi di Caserta, finalmente riorganizzata. Ancora “ Sant’Andrea di Puczanello” viene riconfermata nell’altro Privilegio, questa volta concesso dal Papa Alessandro III nel 1178 al vescovo Porfirio, su tutte le chiese casertane. Quindi il Casale è molto antico se già agli albori dell’anno mille vi era una chiesa intorno a cui si riuniva una piccola comunità. Comunque la maggior parte del territorio del borgo non aveva un signore, ma apparteneva alla Curi Vescovile: ed infatti si parlava di poche casa e di terreni lasciati in abbandono. Più tardi alla fine del 1500, il vescovo Bellomo vendette per soli 150 ducati i feudi di Puccianiello e Pozzovetere al principe di Caserta Matteo Acquaviva. Un altro degli Acquaviva, così generosi e munifici in opere di carità, Baldassarre, fondava poi nel territorio di Puccianiello un convento di Cappuccini con annessa chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi.

Particolari dell’antico Casale di Puccianiello

In questa struttura religiosa, che ospitava frati e novizi vi erano circa 36 celle ed una ricca biblioteca conosciuta in tutta la zona. I frati poi, godevano di un orto giardino di circa venti moggia. In questo periodo si contavano nel borgo circa 350 abitanti pari a 64 fuochi. Nel secolo successivo, secondo il Tavolario don Costantino Manni, il numero degli abitanti del villaggio era arrivato a 500 circa “con otto sacerdoti, botteghe, chianca, parrocchia”. Puccianiello poi, ere preminente rispetto ai casali vicini di Sala e Briano. Verso la fine del 1700, gli abitanti erano saliti a 700, dediti per la maggioranza all’agricoltura ed un po’ alla pastorizia. Nell’800 invece a causa delle condizioni economiche migliorate, gli abitanti erano divenuti 1300 e quasi tutti lavoravano come filatori di seta o giardinieri nel vicino parco reale. Puccianiello, situata nella parte centrale delle pendici Tifatine, come la maggior parte dei nostri borghi, sorgeva lungo un’asse viario di collegamento con piccole viuzze parallele tra loro. Però la disposizione a pettine del sito fu stravolta dalla chiusura di alcune di queste stradine che lo univano con Sala e Briano, a causa della realizzazione del parco della Reggia Vanvitelliana. Dal punto di vista architettonico la maggioranza delle abitazioni era di tipo rurale, in conci di tufo con androni, aie, terranei e rari primi piani. Qualche palazzo e cappella gentilizia, come quella della famiglia di Adamo Gentile, vescovo di Lipari, presenta qualche pregevole tela del ‘600. La parrocchia di Sant’Andrea contiene nelle sue tre navate quattro cappelle, tra cui, più nota è quella della Madonna Bruna, la cui immagine antichissima è molto venerata dalla popolazione. Abbelliscono la chiesa altari e marmi policromi e nella zona del presbiterio, molto particolari, si innalzano tre cupole, unite tra loro da cornici in piperno. Anche due confraternite, per la cura dei morti, erano nate nel villaggio: la più antica col nome di Corpo di Cristo, l’altra intitolata a Cristo Concezione. Alla fine dell’800 in un palazzo donato alla Comunità dal signor Stanislao Pellegrino, venne alloggiata una casa religiosa per la cura delle fanciulle e degli orfani, tenuta dalle madri Stimatine.

 CONTINUA........

   

 

Caserta, 25-11-2005 - Chiostro di Sant' Agostino, convegno: "dai Borbone alla globalizzazione"

Relatori: Costagliola, De Crescenzo, Di Fiore, Gulì e Ragni.

La sala convegni del Chiostro di Sant' Agostino durante la conferenza: dai Borbone alla globalizzazione

Il Dr. Donato Affinito ha portato il saluto del Comune di Caserta che ha dato il patrocinio alla manifestazione

Il libro di Gigi Di Fiore presentato in anteprima durante l' incontro dai Borbone alla globalizzazione

Esposizione dei testi presentati all’ incontro:

Il saccheggio del sud – Prof. Vincenzo Gulì

Le industrie del Regno di Napoli – Prof. Gennaro De Crescenzo

La camorra e le sue storie – Dr. Gigi Di Fiore

 

 

Convegno sulle cave organizzato da "Terra Nostra" nella sala del consiglio della Provincia di Caserta.

Relatori: TITO, VENTRE, FUSCHETTI, ACCONCIA, ALOIS, COSTAGLIOLA.

La sala del Consiglio Provinciale durante il convegno sulle cave